Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

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Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

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Piromani: Chi sono davvero e perchè appiccano il fuoco?

by Alessia Giovanola

” Quando si parla di incendi dolosi, una delle parole che ricorre più frequentemente è “piromane”.

Ma è una definizione che utilizziamo spesso in maniera impropria.

Non tutte le persone che appiccano un incendio sono piromani. E, soprattutto, non tutti gli incendi dolosi nascono dalla stessa motivazione.

Dietro un incendio possono esserci il denaro, la vendetta, la rabbia, il vandalismo, il desiderio di attirare l’attenzione, l’occultamento di un altro reato, una motivazione ideologica oppure una condizione psicopatologica.

La piromania rappresenta invece una condizione molto più specifica e rara, caratterizzata dalla presenza ricorrente di impulsi ad appiccare intenzionalmente il fuoco, da una crescente tensione prima dell’atto e da piacere, gratificazione o sollievo dopo averlo provocato.

In questo caso il fuoco non è semplicemente uno strumento per raggiungere un obiettivo.

È il comportamento stesso a diventare il centro dell’impulso.

NON ESISTE UN SOLO “PROFILO DEL PIROMANE”

La ricerca criminologica e psichiatrica mostra che gli incendiari costituiscono una popolazione estremamente eterogenea.

Ci sono persone che incendiano per ottenere un vantaggio economico.

Altre che utilizzano il fuoco come forma di vendetta.

Altre ancora che cercano eccitazione, attenzione o riconoscimento.

In alcuni casi il fuoco viene utilizzato per cancellare le tracce di un altro crimine.

In altri può essere collegato a disturbi psichiatrici, uso di sostanze, comportamenti antisociali o condizioni psicotiche.

E poi esiste la piromania propriamente detta.

Confondere tutte queste situazioni significa perdere una parte fondamentale della comprensione del fenomeno.

PERCHÉ IL FUOCO?

Il fuoco possiede caratteristiche psicologicamente particolari.

È immediato.

È visibile.

È distruttivo.

Produce una risposta dell’ambiente.

Richiama persone, mezzi di soccorso, forze dell’ordine e attenzione.

Per alcune persone può rappresentare una forma di controllo: provocare un evento enorme attraverso un gesto apparentemente semplice.

Per altre può essere una fonte di eccitazione.

Per altre ancora può diventare un mezzo per esprimere rabbia o vendetta.

Nella piromania, invece, la fascinazione per il fuoco e l’impulso a provocarlo assumono un ruolo centrale.

Gli studi hanno infatti evidenziato una relazione tra interesse per il fuoco e maggiore gravità e persistenza del comportamento incendiario, soprattutto nei giovani.

L’ETÀ CONTA

Il comportamento incendiario può comparire anche nell’infanzia e nell’adolescenza.

Ma un bambino che gioca con il fuoco non è automaticamente un piromane.

Nei più giovani possono intervenire curiosità, noia, ricerca di sensazioni, pressione dei coetanei, impulsività, difficoltà familiari, problemi comportamentali o disturbi come ADHD e disturbo della condotta.

Nell’adolescenza il comportamento può diventare particolarmente significativo perché può rappresentare uno dei segnali di un quadro comportamentale più ampio.

La letteratura individua una maggiore presenza del fenomeno nei maschi e, in particolare, una maggiore frequenza del firesetting nella prima adolescenza.

Ma anche in questo caso non esiste una “età del piromane”.

Il fenomeno può presentarsi in fasi diverse della vita e con motivazioni completamente differenti.

TRAUMA E ABUSI: UN FATTORE, NON UNA SENTENZA

Tra gli elementi associati al firesetting giovanile troviamo anche esperienze di abuso, maltrattamento, instabilità familiare e altre forme di disagio.

Questo non significa che una persona traumatizzata diventerà un incendiario.

Significa piuttosto che alcune esperienze possono aumentare la vulnerabilità quando interagiscono con altri fattori: impulsività, difficoltà relazionali, aggressività, uso di sostanze, disturbi comportamentali e ambiente sociale.

La differenza è fondamentale.

Non esiste un singolo evento capace di “creare” un piromane.

Esiste piuttosto una combinazione di fattori individuali, psicologici, familiari e ambientali.

RABBIA, VENDETTA E PIROMANIA NON SONO LA STESSA COSA

Una persona che incendia un’auto perché vuole punire il proprietario sta utilizzando il fuoco come strumento.

Una persona che incendia un’attività commerciale per ottenere un vantaggio economico sta utilizzando il fuoco come strumento.

Una persona che incendia un luogo per cancellare le prove di un altro reato sta utilizzando il fuoco come strumento.

Nella piromania, invece, il fuoco e l’atto di provocarlo assumono una funzione psicologica differente.

Questa distinzione è fondamentale anche per chi deve analizzare un incendio.

Perché capire “chi ha appiccato il fuoco” non è necessariamente sufficiente.

Bisogna comprendere anche:

perché?

IL PARADOSSO DEL “SALVATORE”

Esiste inoltre una dinamica particolarmente interessante e delicata: quella della persona che provoca un incendio e successivamente cerca di assumere un ruolo centrale nella sua gestione.

In letteratura sono stati descritti soggetti che ricercano attenzione, riconoscimento o gratificazione attraverso l’evento incendiario e possono arrivare a desiderare il ruolo dell’eroe che interviene per risolvere il problema.

È un fenomeno che, soprattutto nel mondo del soccorso, merita attenzione.

Non perché chiunque mostri interesse per gli incendi debba essere considerato sospetto.

Ma perché, quando determinati comportamenti diventano ricorrenti e si combinano con altri segnali, possono assumere un significato diverso.

COSA PUÒ NASCONDERSI DIETRO UN INCENDIO?

Dietro lo stesso gesto possono esserci:

• curiosità;

• noia;

• ricerca di eccitazione;

• impulsività;

• rabbia;

• vendetta;

• desiderio di attenzione;

• pressione del gruppo;

• vantaggio economico;

• occultamento di un altro reato;

• ideologia;

• abuso di sostanze;

• disturbi della condotta;

• disturbi della personalità;

• psicosi o deliri;

• oppure una vera e propria piromania.

Ed è proprio questa varietà a rendere il fenomeno così complesso.

IL PUNTO PIÙ IMPORTANTE

Un incendio doloso non racconta soltanto ciò che è successo.

In alcuni casi racconta qualcosa della persona che lo ha provocato.

Il modo in cui sceglie il bersaglio, la motivazione, la frequenza degli episodi, il rapporto con il fuoco, il comportamento prima e dopo l’incendio, la ricerca di attenzione, la presenza di rabbia, l’eventuale uso di sostanze e la storia personale possono contribuire a costruire un quadro molto più significativo del semplice fatto che “ha appiccato un incendio”.

Per questo parlare genericamente di “piromani” rischia di essere riduttivo.

La prevenzione passa anche dalla capacità di riconoscere che dietro lo stesso comportamento possono esistere persone e motivazioni completamente diverse.

E, soprattutto nel caso dei minori, riconoscere precocemente il problema può significare intervenire prima che il comportamento diventi più grave.

Perché il fuoco può essere il mezzo.

Ma, in alcuni casi, il vero incendio è quello che sta già bruciando dentro la persona.

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12 Agosto 2026

Quando le parole perdono peso

Parte I – Il declino del linguaggio: come i social stanno cambiando il nostro modo di pensare

Viviamo in un’epoca che verrà probabilmente ricordata come quella della comunicazione assoluta. Mai nella storia dell’uomo abbiamo avuto la possibilità di parlare con chiunque, in qualunque parte del mondo, in qualsiasi momento della giornata. Ogni secondo vengono inviati milioni di messaggi, pubblicati milioni di fotografie e condivisi milioni di pensieri. Siamo costantemente immersi in un flusso di informazioni che non si interrompe mai.

Eppure, proprio mentre la comunicazione raggiunge il suo massimo storico, qualcosa sembra essersi incrinato.

Parliamo continuamente, ma ci comprendiamo sempre meno.

Scriviamo moltissimo, ma leggiamo sempre meno.

Utilizziamo migliaia di parole ogni giorno, ma raramente ci fermiamo a riflettere sul loro significato.

È una contraddizione che dovrebbe farci riflettere. Perché una società che comunica tanto dovrebbe essere una società capace di dialogare, di confrontarsi, di comprendere il punto di vista degli altri. Invece assistiamo quotidianamente a discussioni che degenerano in pochi minuti, a relazioni che si rompono per incomprensioni banali e a parole usate come proiettili anziché come strumenti di incontro.

La domanda, allora, non è quante parole utilizziamo.

La domanda è quanto valore attribuiamo ancora a ciascuna di esse.

Le parole non servono solo a parlare

Esiste un errore che commettiamo quasi tutti senza rendercene conto: pensare che il linguaggio serva semplicemente a comunicare.

In realtà è vero il contrario.

Prima ancora di permetterci di parlare con gli altri, il linguaggio ci permette di parlare con noi stessi.

Ogni pensiero che formuliamo passa attraverso parole. Ogni ricordo viene organizzato attraverso il linguaggio. Perfino le emozioni vengono comprese grazie alle parole che scegliamo per descriverle.

Uno dei principi fondamentali della psicologia cognitiva afferma che la qualità del nostro pensiero dipende, almeno in parte, dalla ricchezza del nostro linguaggio. Non significa che una persona con un vocabolario limitato sia meno intelligente, ma che dispone di meno strumenti per interpretare la complessità della realtà.

Pensiamo a una semplice emozione come la tristezza.

Quante forme può assumere?

Esiste la malinconia, quella sensazione dolceamara che accompagna certi ricordi. Esiste la nostalgia, che nasce dalla distanza da un luogo o da una persona. Esiste la frustrazione, quando gli sforzi non producono risultati. Esiste lo sconforto, il rimorso, la delusione, la rassegnazione, il dolore, la disperazione.

Sono tutte sfumature diverse.

Chi possiede le parole per distinguerle riesce anche a comprenderle meglio.

Chi invece le racchiude tutte in un semplice “sto male” perde inevitabilmente una parte della propria consapevolezza emotiva.

Le parole, quindi, non descrivono soltanto le emozioni.

Le organizzano.

Le rendono comprensibili.

Le trasformano in qualcosa che possiamo affrontare.

Quando il vocabolario si restringe

Negli ultimi anni insegnanti, educatori, psicologi e linguisti hanno osservato un fenomeno sempre più evidente: il lessico medio utilizzato dai giovani si sta progressivamente restringendo.

Non significa che le nuove generazioni siano meno capaci delle precedenti.

Ogni epoca sviluppa linguaggi propri.

Il problema nasce quando la rapidità della comunicazione sostituisce la profondità del pensiero.

Le conversazioni diventano brevi.

I messaggi devono essere immediati.

Le emozioni vengono rappresentate da una faccina.

Le spiegazioni vengono sostituite da un meme.

Gli argomenti complessi devono entrare in un video di trenta secondi.

La velocità diventa il valore principale.

Ma il cervello umano non è nato per comprendere la complessità attraverso frammenti.

Ha bisogno di tempo.

Ha bisogno di collegare concetti.

Ha bisogno di costruire significati.

Quando questo processo viene continuamente interrotto da notifiche, video, messaggi e stimoli visivi, il pensiero rischia di diventare sempre più impulsivo e sempre meno riflessivo.

Dalla lingua di Dante alla lingua degli algoritmi

L’italiano è una delle lingue più ricche del mondo.

Nasce dal volgare, ma il termine non deve trarre in inganno. “Volgare” significava semplicemente “lingua del popolo”, contrapposta al latino, riservato alla cultura ufficiale. Fu una scelta rivoluzionaria: parlare alle persone nella lingua che comprendevano.

Quando Dante Alighieri compose la Divina Commedia, dimostrò che quella lingua poteva raccontare l’intero universo umano: l’amore, la politica, la religione, la paura, la giustizia, il peccato, la speranza.

Nei secoli successivi l’italiano si è arricchito grazie alla letteratura, alla filosofia, alla scienza, al teatro e alla poesia. È una lingua capace di distinguere decine di sfumature emotive e di descrivere con estrema precisione ciò che proviamo.

Oggi, però, il rischio non è che questa ricchezza scompaia.

Il rischio è che smettiamo di usarla.

Sempre più spesso scegliamo la parola più veloce, non quella più precisa.

La frase più d’effetto, non quella più vera.

Lo slogan, non il ragionamento.

È il linguaggio degli algoritmi.

Un linguaggio progettato per catturare l’attenzione, non per favorire la comprensione.

Gli algoritmi delle piattaforme digitali premiano ciò che genera reazioni immediate: indignazione, paura, rabbia, entusiasmo. Un contenuto che richiede dieci minuti di lettura ha molte meno probabilità di essere condiviso rispetto a un video di venti secondi che suscita una risposta emotiva istantanea.

Così, lentamente, anche il nostro modo di esprimerci si adatta.

Le frasi si accorciano.

Le argomentazioni si semplificano.

Le sfumature scompaiono.

La lettura: un allenamento per il cervello

Ogni volta che apriamo un libro accade qualcosa di straordinario.

Il cervello non riceve immagini già pronte.

È costretto a crearle.

Se un autore descrive una vecchia casa immersa nella nebbia, non è lo schermo a mostrarcela.

È la nostra mente a costruirla.

Ogni personaggio prende forma nella nostra immaginazione. Ogni dialogo richiede attenzione. Ogni pagina ci obbliga a mantenere il filo del discorso, a ricordare ciò che abbiamo letto prima, a prevedere ciò che potrebbe accadere dopo.

È una palestra cognitiva potentissima.

La lettura sviluppa memoria, concentrazione, capacità di astrazione, empatia e pensiero critico. Leggere significa entrare, anche solo per qualche ora, nella mente di qualcun altro. Significa vedere il mondo con occhi diversi dai propri.

Non è un caso che chi legge con regolarità tenda ad avere una maggiore capacità di argomentare, di comprendere punti di vista differenti e di riconoscere le sfumature emotive.

Naturalmente non si tratta di demonizzare la tecnologia. I social network possono essere strumenti straordinari per informare, creare comunità e diffondere cultura. Il problema nasce quando sostituiscono completamente il tempo dedicato alla lettura, alla riflessione e al confronto approfondito.

Il cervello si adatta all’ambiente che frequenta più spesso.

Se trascorriamo ore leggendo libri, si abituerà alla complessità.

Se trascorriamo ore consumando contenuti di pochi secondi, si abituerà alla velocità.

E ciò che il cervello allena, il cervello diventa.

Una società che parla tanto… ma ascolta poco

C’è un altro aspetto che merita attenzione.

Non stiamo perdendo soltanto il valore delle parole.

Stiamo perdendo anche il valore del silenzio.

Ogni pausa deve essere riempita.

Ogni momento di attesa diventa l’occasione per controllare il telefono.

Perfino durante una conversazione, molti sentono il bisogno di interrompere, rispondere, replicare, dimostrare di avere ragione.

Ascoltare è diventato più difficile che parlare.

Eppure l’ascolto è il fondamento di qualsiasi relazione sana.

Non si può comprendere una persona se si è già impegnati a preparare la risposta mentre sta ancora parlando.

Forse il vero problema del nostro tempo non è che abbiamo troppe parole.

È che dedichiamo troppo poco tempo a comprenderle.

Nella seconda parte entreremo nel cuore della questione: analizzeremo come il linguaggio possa trasformarsi in uno strumento di manipolazione psicologica, perché termini come narcisista, tossico e gaslighting vengono spesso usati impropriamente e in che modo le parole possono diventare una forma di controllo, capace di ferire molto più profondamente di quanto immaginiamo.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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08 Agosto 2026
Quando il fuoco si spegne, l’emergenza non è finita

Gli incendi che stanno interessando diverse aree in questo periodo ci mostrano ancora una volta la potenza distruttiva del fuoco. Le immagini delle fiamme, delle colonne di fumo, delle persone evacuate e dei mezzi di soccorso impegnati per ore sono ormai parte della cronaca quotidiana. Ma dietro quelle immagini esiste un’emergenza molto più silenziosa, che spesso comincia proprio quando l’incendio viene dichiarato sotto controllo.

Per chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa, l’evacuazione non è soltanto uno spostamento fisico. Significa lasciare improvvisamente un luogo che rappresenta sicurezza, familiarità e memoria, spesso senza sapere quando sarà possibile tornare e, soprattutto, cosa si troverà al proprio ritorno. Anche quando l’abitazione non viene distrutta, vivere per ore o giorni con il timore di perderla può essere un’esperienza profondamente destabilizzante. La paura, l’incertezza, la perdita dei propri riferimenti e la necessità di ricominciare possono lasciare conseguenze che non sono immediatamente visibili.

Il trauma, infatti, non sempre si manifesta nel momento dell’emergenza. Durante un’evacuazione si pensa soprattutto a mettersi in salvo, a raggiungere i propri familiari, a trovare un posto sicuro. È dopo, quando la situazione torna apparentemente alla normalità, che possono comparire insonnia, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione o una continua sensazione di pericolo. Per alcune persone anche un semplice odore di fumo, una sirena o un cielo particolarmente scuro possono riportare alla mente quei momenti. Questo vale ancora di più per chi ha perso la propria abitazione o beni a cui era legato affettivamente: in questi casi non si perde soltanto qualcosa di materiale, ma una parte della propria storia.

Eppure, mentre guardiamo alle persone evacuate, dovremmo ricordarci anche di chi si trova dall’altra parte dell’emergenza. Vigili del Fuoco, personale sanitario, Forze di Polizia, volontari di Protezione Civile e tutti gli altri operatori coinvolti trascorrono ore, talvolta giorni, immersi in situazioni caratterizzate da pericolo, fatica, pressione decisionale e immagini difficili da dimenticare. Il fatto che siano preparati professionalmente non significa che siano immuni dalle conseguenze psicologiche di ciò che affrontano. Un soccorritore può mantenere lucidità e professionalità durante l’intervento e avvertire soltanto successivamente il peso di quello che ha vissuto.

Per questo la salute mentale dovrebbe entrare a pieno titolo nella gestione delle emergenze. Non soltanto quando qualcuno manifesta un problema evidente, ma come parte integrante della preparazione e della fase successiva all’evento. Prendersi cura di chi è stato evacuato significa anche accompagnarlo nel ritorno alla quotidianità; prendersi cura dei soccorritori significa riconoscere che dietro una divisa esiste una persona che può avere bisogno di elaborare ciò che ha visto.

In questo senso, un grande incendio non è mai affrontato da un solo ente. Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Comuni, Prefetture, Forze di Polizia, sistema sanitario, volontariato e numerose altre strutture devono collaborare affinché l’emergenza possa essere gestita. Ognuno svolge un compito diverso, ma tutti contribuiscono allo stesso obiettivo: proteggere la popolazione e permettere alla comunità di tornare alla propria quotidianità.

Ed è proprio quel “tornare alla quotidianità” che meriterebbe maggiore attenzione. Perché quando le fiamme vengono spente, quando i mezzi rientrano e le immagini dell’incendio scompaiono dai notiziari, non significa necessariamente che l’emergenza sia terminata. Rimangono persone che devono fare i conti con la paura, con le perdite, con l’incertezza e, in alcuni casi, con un trauma che potrebbe accompagnarle per molto tempo.

La vera resilienza di una comunità non si misura soltanto dalla velocità con cui riesce a spegnere un incendio o a riaprire una strada. Si misura anche dalla capacità di prendersi cura delle persone dopo che il pericolo immediato è passato.

Perché il fuoco può spegnersi in poche ore.

Le conseguenze, invece, possono durare molto più a lungo.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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06 Agosto 2026