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𝙀𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙧𝙚𝙡𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙩𝙧𝙖 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙪𝙧𝙗𝙞 𝙥𝙨𝙞𝙘𝙤𝙩𝙞𝙘𝙞 𝙚 𝙥𝙧𝙤𝙘𝙚𝙨𝙨𝙤 𝙙𝙞 𝙧𝙖𝙙𝙞𝙘𝙖𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙚 𝙩𝙚𝙧𝙧𝙤𝙧𝙞𝙨𝙢𝙤? di Barbara Alongi
La correlazione tra terrorismo e disturbi mentali è stata studiata per decenni.
La psichiatria, insieme alla psicologia, ha acquisito crescente importanza nello studio del terrorismo dal quale è emerso che i disturbi mentali non hanno un ruolo significativo nella maggior parte degli atti terroristici, tranne che nei casi di terroristi solitari, dove la prevalenza di alcuni disturbi, come la schizofrenia, è superiore rispetto alla popolazione generale.
Sintomo principale della schizofrenia è la psicosi, caratterizzata da perdita di contatto con la realtà, allucinazioni (soprattutto uditive) e deliri (paranoici, persecutori, religiosi, ecc.).
Schizofrenia, disturbi deliranti e spettro autistico hanno una prevalenza significativamente più alta tra i “𝒍𝒐𝒏𝒆 𝒂𝒄𝒕𝒐𝒓𝒔” rispetto alla popolazione generale
in cui la prevalenza di PTSD è superiore rispetto alla popolazione generale, ma inferiore rispetto a disturbi come la schizofrenia.
Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nasce da un’esposizione a eventi traumatici, che aumentano rabbia, ostilità e desiderio di vendetta, facilitando l’apertura verso l’estremismo violento.
Il trauma può distruggere le convinzioni di una persona su sé stessa e sul mondo, portando a una visione pessimistica del futuro e rendendo più attraente l’idea di morire per una causa.
Circa un terzo delle persone esposte a traumi sviluppa PTSD.
Da alcuni studi è emerso che anche la depressione può aumentare la simpatia verso l’estremismo e che entrare a far parte di gruppi estremisti può offrire un senso di appartenenza che protegge dalla depressione.
Nessun disturbo mentale, incluso il PTSD, è considerato una causa determinante dell’estremismo violento, ma tutti possono aumentare la vulnerabilità in presenza di altri fattori di rischio (marginalizzazione, identità, povertà, ecc.).
Mentre il PTSD contribuisce all’estremismo soprattutto attraverso la gestione delle emozioni post-traumatiche, gli altri disturbi mentali incidono maggiormente tramite isolamento sociale, difficoltà relazionali o vulnerabilità emotiva, ma nessuno di essi rappresenta un fattore determinante unico.
Il trauma può distruggere le convinzioni di una persona su sé stessa e sul mondo, portando a maggiore ostilità e sfiducia verso gli altri.
Legami sociali deboli, combinati con esperienze traumatiche, aumentano la probabilità di apertura verso l’attivismo illegale e violento.
Esperienze traumatiche durante l’infanzia (abusi, trascuratezza, violenza assistita) sono comuni tra chi si avvicina a gruppi estremisti.
Queste esperienze creano vulnerabilità emotive e un bisogno di identità che può essere soddisfatto da cause estremiste.
Studi su giovani rifugiati e membri di gruppi estremisti mostrano che chi ha subito traumi multipli è più incline a considerare l’attivismo violento.

2 giugno 1946 – 2 giugno 2026
Ottant’anni di Repubblica.
Ottant’anni da quel giorno che cambiò per sempre la storia d’Italia.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo anni di dittatura, sofferenze, privazioni e divisioni, il popolo italiano fu chiamato a compiere una scelta destinata a segnare il futuro della Nazione. Per la prima volta nella storia del nostro Paese, il voto fu davvero universale: uomini e donne si recarono alle urne per decidere la forma dello Stato e per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente.
Il 2 e 3 giugno 1946 milioni di cittadini parteciparono con straordinario senso civico a quel referendum istituzionale che vide prevalere la scelta repubblicana. Non fu soltanto una consultazione elettorale: fu un momento di rinascita collettiva. Un popolo ferito dalla guerra trovò la forza di guardare avanti e di costruire, attraverso il confronto democratico, una nuova idea di Italia.
Da quella scelta nacque la Repubblica Italiana.
Nei mesi successivi, l’Assemblea Costituente lavorò alla stesura della Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Un documento che ancora oggi rappresenta il fondamento della nostra convivenza civile, custodendo principi di libertà, uguaglianza, solidarietà, partecipazione e tutela della dignità umana.
In questi ottant’anni l’Italia ha attraversato sfide, trasformazioni, crisi e straordinari momenti di crescita. Ha saputo rialzarsi dalle macerie della guerra, costruire istituzioni democratiche solide, diventare una delle principali economie del mondo e contribuire alla costruzione di un’Europa unita e pacifica.
Celebrare la Festa della Repubblica significa ricordare il coraggio di coloro che ci hanno preceduto, l’impegno di chi ha costruito le nostre istituzioni e la responsabilità che ogni cittadino ha nel custodire i valori democratici conquistati con sacrificio.
Al di là delle differenze di idee, appartenenze o convinzioni, il 2 giugno rappresenta una ricorrenza che unisce tutti gli italiani. È la festa della nostra storia comune, della partecipazione democratica e del senso di appartenenza a una comunità nazionale che continua a guardare al futuro.
Oggi, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, possiamo celebrare con orgoglio il cammino compiuto, ricordando che la libertà, la democrazia e i diritti non sono conquiste scontate, ma patrimoni da custodire ogni giorno.
Viva la Repubblica.
Viva l’Italia.
“I’m tired” is one of the most under-translated sentences in the human language.
It sounds like a physical complaint.
Most of the time, it isn’t.
In clinical work, I’ve learned to hear it as a portal, not a conclusion. What’s behind it is often far more complex than fatigue.

Here are 8 things “I’m tired” can actually mean:
“I’ve been carrying other people’s emotions for too long.”
When you become the person everyone leans on emotionally, exhaustion stops being physical. Your nervous system becomes a resource others unconsciously use.
“I’m exhausted from constantly reading the room.”
Hypervigilance is invisible. It looks like attentiveness. But internally, it feels like a background process that never shuts off.
“I’ve been holding it together for everyone else.”
The people who seem strongest are often the least supported. Containment has a cost. Sometimes “I’m fine” becomes a form of survival.
“I’m disappointed by people I thought I could trust.”
Some exhaustion is actually grief. Relational disappointment drains energy in ways sleep cannot repair.
“I’m worn down from constantly having to justify myself.”
The exhaustion isn’t always caused by one moment. It’s the accumulation of years spent proving your worth, your intentions, your sensitivity, your place.
“Nothing feels worth the effort right now.”
This is not laziness. Often, it’s what helplessness sounds like internally — when repeated effort stopped leading to change, the mind slowly stops generating motivation.
“I wish someone would notice without me having to ask.”
There’s a particular loneliness in being perceived as capable all the time. Competence often hides unmet needs.
“I’m trying to grow while running on empty.”
Growth requires energy. Healing requires energy. Change requires energy. Rest is not the opposite of progress — it’s one of the conditions that makes progress possible.
The next time someone tells you they’re tired — or you notice it in yourself — don’t move past it too quickly.
Ask what kind of tired.
The answer is usually more precise than the word itself.
Tks dr. Federico Riccardo Rossi psicologo