Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

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Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

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L'associazione è nata nel 2017 dall'iniziativa di Maria Grazia Santini che ha raccolto intorno a sé amici professionisti e non che ha conosciuto e apprezzato lavorando nel settore della Sicurezza.

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NEWS

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Quando le parole perdono peso

Parte I – Il declino del linguaggio: come i social stanno cambiando il nostro modo di pensare

Viviamo in un’epoca che verrà probabilmente ricordata come quella della comunicazione assoluta. Mai nella storia dell’uomo abbiamo avuto la possibilità di parlare con chiunque, in qualunque parte del mondo, in qualsiasi momento della giornata. Ogni secondo vengono inviati milioni di messaggi, pubblicati milioni di fotografie e condivisi milioni di pensieri. Siamo costantemente immersi in un flusso di informazioni che non si interrompe mai.

Eppure, proprio mentre la comunicazione raggiunge il suo massimo storico, qualcosa sembra essersi incrinato.

Parliamo continuamente, ma ci comprendiamo sempre meno.

Scriviamo moltissimo, ma leggiamo sempre meno.

Utilizziamo migliaia di parole ogni giorno, ma raramente ci fermiamo a riflettere sul loro significato.

È una contraddizione che dovrebbe farci riflettere. Perché una società che comunica tanto dovrebbe essere una società capace di dialogare, di confrontarsi, di comprendere il punto di vista degli altri. Invece assistiamo quotidianamente a discussioni che degenerano in pochi minuti, a relazioni che si rompono per incomprensioni banali e a parole usate come proiettili anziché come strumenti di incontro.

La domanda, allora, non è quante parole utilizziamo.

La domanda è quanto valore attribuiamo ancora a ciascuna di esse.

Le parole non servono solo a parlare

Esiste un errore che commettiamo quasi tutti senza rendercene conto: pensare che il linguaggio serva semplicemente a comunicare.

In realtà è vero il contrario.

Prima ancora di permetterci di parlare con gli altri, il linguaggio ci permette di parlare con noi stessi.

Ogni pensiero che formuliamo passa attraverso parole. Ogni ricordo viene organizzato attraverso il linguaggio. Perfino le emozioni vengono comprese grazie alle parole che scegliamo per descriverle.

Uno dei principi fondamentali della psicologia cognitiva afferma che la qualità del nostro pensiero dipende, almeno in parte, dalla ricchezza del nostro linguaggio. Non significa che una persona con un vocabolario limitato sia meno intelligente, ma che dispone di meno strumenti per interpretare la complessità della realtà.

Pensiamo a una semplice emozione come la tristezza.

Quante forme può assumere?

Esiste la malinconia, quella sensazione dolceamara che accompagna certi ricordi. Esiste la nostalgia, che nasce dalla distanza da un luogo o da una persona. Esiste la frustrazione, quando gli sforzi non producono risultati. Esiste lo sconforto, il rimorso, la delusione, la rassegnazione, il dolore, la disperazione.

Sono tutte sfumature diverse.

Chi possiede le parole per distinguerle riesce anche a comprenderle meglio.

Chi invece le racchiude tutte in un semplice “sto male” perde inevitabilmente una parte della propria consapevolezza emotiva.

Le parole, quindi, non descrivono soltanto le emozioni.

Le organizzano.

Le rendono comprensibili.

Le trasformano in qualcosa che possiamo affrontare.

Quando il vocabolario si restringe

Negli ultimi anni insegnanti, educatori, psicologi e linguisti hanno osservato un fenomeno sempre più evidente: il lessico medio utilizzato dai giovani si sta progressivamente restringendo.

Non significa che le nuove generazioni siano meno capaci delle precedenti.

Ogni epoca sviluppa linguaggi propri.

Il problema nasce quando la rapidità della comunicazione sostituisce la profondità del pensiero.

Le conversazioni diventano brevi.

I messaggi devono essere immediati.

Le emozioni vengono rappresentate da una faccina.

Le spiegazioni vengono sostituite da un meme.

Gli argomenti complessi devono entrare in un video di trenta secondi.

La velocità diventa il valore principale.

Ma il cervello umano non è nato per comprendere la complessità attraverso frammenti.

Ha bisogno di tempo.

Ha bisogno di collegare concetti.

Ha bisogno di costruire significati.

Quando questo processo viene continuamente interrotto da notifiche, video, messaggi e stimoli visivi, il pensiero rischia di diventare sempre più impulsivo e sempre meno riflessivo.

Dalla lingua di Dante alla lingua degli algoritmi

L’italiano è una delle lingue più ricche del mondo.

Nasce dal volgare, ma il termine non deve trarre in inganno. “Volgare” significava semplicemente “lingua del popolo”, contrapposta al latino, riservato alla cultura ufficiale. Fu una scelta rivoluzionaria: parlare alle persone nella lingua che comprendevano.

Quando Dante Alighieri compose la Divina Commedia, dimostrò che quella lingua poteva raccontare l’intero universo umano: l’amore, la politica, la religione, la paura, la giustizia, il peccato, la speranza.

Nei secoli successivi l’italiano si è arricchito grazie alla letteratura, alla filosofia, alla scienza, al teatro e alla poesia. È una lingua capace di distinguere decine di sfumature emotive e di descrivere con estrema precisione ciò che proviamo.

Oggi, però, il rischio non è che questa ricchezza scompaia.

Il rischio è che smettiamo di usarla.

Sempre più spesso scegliamo la parola più veloce, non quella più precisa.

La frase più d’effetto, non quella più vera.

Lo slogan, non il ragionamento.

È il linguaggio degli algoritmi.

Un linguaggio progettato per catturare l’attenzione, non per favorire la comprensione.

Gli algoritmi delle piattaforme digitali premiano ciò che genera reazioni immediate: indignazione, paura, rabbia, entusiasmo. Un contenuto che richiede dieci minuti di lettura ha molte meno probabilità di essere condiviso rispetto a un video di venti secondi che suscita una risposta emotiva istantanea.

Così, lentamente, anche il nostro modo di esprimerci si adatta.

Le frasi si accorciano.

Le argomentazioni si semplificano.

Le sfumature scompaiono.

La lettura: un allenamento per il cervello

Ogni volta che apriamo un libro accade qualcosa di straordinario.

Il cervello non riceve immagini già pronte.

È costretto a crearle.

Se un autore descrive una vecchia casa immersa nella nebbia, non è lo schermo a mostrarcela.

È la nostra mente a costruirla.

Ogni personaggio prende forma nella nostra immaginazione. Ogni dialogo richiede attenzione. Ogni pagina ci obbliga a mantenere il filo del discorso, a ricordare ciò che abbiamo letto prima, a prevedere ciò che potrebbe accadere dopo.

È una palestra cognitiva potentissima.

La lettura sviluppa memoria, concentrazione, capacità di astrazione, empatia e pensiero critico. Leggere significa entrare, anche solo per qualche ora, nella mente di qualcun altro. Significa vedere il mondo con occhi diversi dai propri.

Non è un caso che chi legge con regolarità tenda ad avere una maggiore capacità di argomentare, di comprendere punti di vista differenti e di riconoscere le sfumature emotive.

Naturalmente non si tratta di demonizzare la tecnologia. I social network possono essere strumenti straordinari per informare, creare comunità e diffondere cultura. Il problema nasce quando sostituiscono completamente il tempo dedicato alla lettura, alla riflessione e al confronto approfondito.

Il cervello si adatta all’ambiente che frequenta più spesso.

Se trascorriamo ore leggendo libri, si abituerà alla complessità.

Se trascorriamo ore consumando contenuti di pochi secondi, si abituerà alla velocità.

E ciò che il cervello allena, il cervello diventa.

Una società che parla tanto… ma ascolta poco

C’è un altro aspetto che merita attenzione.

Non stiamo perdendo soltanto il valore delle parole.

Stiamo perdendo anche il valore del silenzio.

Ogni pausa deve essere riempita.

Ogni momento di attesa diventa l’occasione per controllare il telefono.

Perfino durante una conversazione, molti sentono il bisogno di interrompere, rispondere, replicare, dimostrare di avere ragione.

Ascoltare è diventato più difficile che parlare.

Eppure l’ascolto è il fondamento di qualsiasi relazione sana.

Non si può comprendere una persona se si è già impegnati a preparare la risposta mentre sta ancora parlando.

Forse il vero problema del nostro tempo non è che abbiamo troppe parole.

È che dedichiamo troppo poco tempo a comprenderle.

Nella seconda parte entreremo nel cuore della questione: analizzeremo come il linguaggio possa trasformarsi in uno strumento di manipolazione psicologica, perché termini come narcisista, tossico e gaslighting vengono spesso usati impropriamente e in che modo le parole possono diventare una forma di controllo, capace di ferire molto più profondamente di quanto immaginiamo.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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08 Agosto 2026

Quando il fuoco si spegne, l’emergenza non è finita

Gli incendi che stanno interessando diverse aree in questo periodo ci mostrano ancora una volta la potenza distruttiva del fuoco. Le immagini delle fiamme, delle colonne di fumo, delle persone evacuate e dei mezzi di soccorso impegnati per ore sono ormai parte della cronaca quotidiana. Ma dietro quelle immagini esiste un’emergenza molto più silenziosa, che spesso comincia proprio quando l’incendio viene dichiarato sotto controllo.

Per chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa, l’evacuazione non è soltanto uno spostamento fisico. Significa lasciare improvvisamente un luogo che rappresenta sicurezza, familiarità e memoria, spesso senza sapere quando sarà possibile tornare e, soprattutto, cosa si troverà al proprio ritorno. Anche quando l’abitazione non viene distrutta, vivere per ore o giorni con il timore di perderla può essere un’esperienza profondamente destabilizzante. La paura, l’incertezza, la perdita dei propri riferimenti e la necessità di ricominciare possono lasciare conseguenze che non sono immediatamente visibili.

Il trauma, infatti, non sempre si manifesta nel momento dell’emergenza. Durante un’evacuazione si pensa soprattutto a mettersi in salvo, a raggiungere i propri familiari, a trovare un posto sicuro. È dopo, quando la situazione torna apparentemente alla normalità, che possono comparire insonnia, ansia, irritabilità, difficoltà di concentrazione o una continua sensazione di pericolo. Per alcune persone anche un semplice odore di fumo, una sirena o un cielo particolarmente scuro possono riportare alla mente quei momenti. Questo vale ancora di più per chi ha perso la propria abitazione o beni a cui era legato affettivamente: in questi casi non si perde soltanto qualcosa di materiale, ma una parte della propria storia.

Eppure, mentre guardiamo alle persone evacuate, dovremmo ricordarci anche di chi si trova dall’altra parte dell’emergenza. Vigili del Fuoco, personale sanitario, Forze di Polizia, volontari di Protezione Civile e tutti gli altri operatori coinvolti trascorrono ore, talvolta giorni, immersi in situazioni caratterizzate da pericolo, fatica, pressione decisionale e immagini difficili da dimenticare. Il fatto che siano preparati professionalmente non significa che siano immuni dalle conseguenze psicologiche di ciò che affrontano. Un soccorritore può mantenere lucidità e professionalità durante l’intervento e avvertire soltanto successivamente il peso di quello che ha vissuto.

Per questo la salute mentale dovrebbe entrare a pieno titolo nella gestione delle emergenze. Non soltanto quando qualcuno manifesta un problema evidente, ma come parte integrante della preparazione e della fase successiva all’evento. Prendersi cura di chi è stato evacuato significa anche accompagnarlo nel ritorno alla quotidianità; prendersi cura dei soccorritori significa riconoscere che dietro una divisa esiste una persona che può avere bisogno di elaborare ciò che ha visto.

In questo senso, un grande incendio non è mai affrontato da un solo ente. Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Comuni, Prefetture, Forze di Polizia, sistema sanitario, volontariato e numerose altre strutture devono collaborare affinché l’emergenza possa essere gestita. Ognuno svolge un compito diverso, ma tutti contribuiscono allo stesso obiettivo: proteggere la popolazione e permettere alla comunità di tornare alla propria quotidianità.

Ed è proprio quel “tornare alla quotidianità” che meriterebbe maggiore attenzione. Perché quando le fiamme vengono spente, quando i mezzi rientrano e le immagini dell’incendio scompaiono dai notiziari, non significa necessariamente che l’emergenza sia terminata. Rimangono persone che devono fare i conti con la paura, con le perdite, con l’incertezza e, in alcuni casi, con un trauma che potrebbe accompagnarle per molto tempo.

La vera resilienza di una comunità non si misura soltanto dalla velocità con cui riesce a spegnere un incendio o a riaprire una strada. Si misura anche dalla capacità di prendersi cura delle persone dopo che il pericolo immediato è passato.

Perché il fuoco può spegnersi in poche ore.

Le conseguenze, invece, possono durare molto più a lungo.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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06 Agosto 2026
Ordine pubblico e guerra cognitiva

By Dott. Filippi Marco

Le recenti vicende riguardanti persone decedute o gravemente ferite durante o dopo interventi delle Forze di Polizia, così come i numerosi operatori rimasti feriti nei disordini della Val di Susa e di Bologna, hanno riportato al centro dell’attenzione un tema delicato che merita molto più della consueta contrapposizione tra tifoserie.

Servono prudenza, metodo scientifico e competenza.

Ogni evento è diverso dall’altro e solo gli accertamenti medico-legali e giudiziari possono ricostruire con precisione cause, concause ed eventuali responsabilità. Parlare genericamente di “soffocamento”, “compressione toracica”, “morte in custodia” o “contenzione” senza una valutazione clinica e forense completa rischia di banalizzare fenomeni fisiopatologici complessi.

Il caso George Floyd ha inevitabilmente modificato la sensibilità internazionale su questi temi, ma sarebbe un errore trasferire automaticamente quel paradigma alla realtà italiana, caratterizzata da un diverso quadro normativo, operativo, addestrativo e di controllo.

Anche il nostro Paese ha conosciuto casi complessi, come quelli di Stefano Cucchi e Riccardo Magherini a Firenze. Quest’ultimo dimostra quanto sia rischioso trasformare un fatto di cronaca in una sentenza mediatica: il lungo iter giudiziario e gli approfondimenti medico-legali hanno restituito un quadro molto più articolato rispetto alle prime ricostruzioni, mentre la successiva giurisprudenza europea ha richiamato l’attenzione soprattutto sulla necessità di migliorare procedure, formazione e gestione della contenzione. È un richiamo che dovrebbe essere letto come uno stimolo a crescere, non come una contrapposizione tra cittadini e Forze dell’Ordine.

La mia convinzione, maturata in oltre vent’anni di attività nella medicina tattica e nella formazione, è semplice: la risposta non è cercare un colpevole prima della fine delle indagini, ma ridurre la probabilità che questi eventi possano verificarsi.

Tra il 2003 e il 2008, durante la mia esperienza presso la Croce Rossa Italiana – Ufficio Soccorsi Speciali, abbiamo sviluppato programmi formativi rivolti anche agli ATPI e alla Polizia di Stato, con risultati estremamente positivi nell’integrazione tra sicurezza operativa e soccorso sanitario.

Le successive esperienze nei progetti XXI con UNUCI, Arma dei Carabinieri, CADMI, UNSI e Brigata Folgore, così come i corsi IPHMI dedicati alle lesioni da folla, da molotov, da laser e da bomba carta e agli scenari ad alta intensità, hanno confermato che il linguaggio comune tra operatori sanitari e Forze di Polizia salva vite.

Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito a qualcosa di estremamente positivo: sempre più agenti della Polizia di Stato, Carabinieri, Finanzieri e militari hanno salvato vite grazie alla diffusione delle competenze BLSD, all’impiego precoce del defibrillatore e all’applicazione dei protocolli Stop the Bleed. Interventi tempestivi su arresti cardiaci, emorragie massive e traumi hanno dimostrato che la formazione sanitaria non è un accessorio dell’operatore della sicurezza, ma parte integrante della sua missione di tutela della vita.

Questi episodi rappresentano forse il miglior esempio di collaborazione civile e militare degli ultimi anni: medici, infermieri, soccorritori e operatori della sicurezza che condividono protocolli, addestramento, terminologia e obiettivi. Quando la formazione è comune, aumenta la sicurezza di tutti.

Per questo credo sia giunto il momento di compiere un ulteriore passo avanti, introducendo un protocollo nazionale di valutazione clinica immediata dopo il contenimento, affidato al personale delle Forze di Polizia adeguatamente formato secondo i principi del TECC (Tactical Emergency Casualty Care). Non per sostituire il sistema sanitario, ma per riconoscere precocemente quei segni clinici che impongono un’immediata medicalizzazione prima dell’ingresso nelle camere di sicurezza o nei percorsi di custodia. Parimenti un protocollo di valutazione ed intervento per il personale soccorritore e per quello sanitario, basato su evidenze, e con percorsi congiunti se non di formazione, almeno di addestramento, superando l’inutile diatriba, di quale sia la corretta composizione dell’equipaggio in supporto alle FF.OO; elemento dettato ormai dalle circostanze e non dalle velleità sistemiche di un “118” ormai “112”, in crisi su numeri di volontari e di sanitari disponibili.

Allo stesso tempo, ritengo che le procedure di Tactical Medical Support elaborate e sperimentate negli anni insieme alle Scuole della Polizia di Stato di Nettuno e Bari e con la Guardia di Finanza dell’Aquila debbano oggi essere aggiornate. Gli scenari di ordine pubblico, le tecniche antagoniste, la medicina tattica e le evidenze scientifiche evolvono continuamente: anche la formazione deve evolvere.

Proteggere chi interviene e proteggere chi viene fermato non sono due obiettivi in conflitto. Sono la stessa missione.

Se gli operatori oggi salvano sempre più vite con il BLSD, con gli emostatici, con i tourniquet e con lo Stop the Bleed, significa che la strada della formazione interdisciplinare è quella giusta. Continuiamo a percorrerla, estendendola anche alla gestione delle persone in custodia, affinché ogni intervento sia sempre più sicuro, per tutti.

Più formazione. Più medicina. Più ricerca. Più addestramento congiunto. Più protocolli condivisi. Meno slogan.

Ci aspetta una stagione molto, molto difficile per ordine pubblico, situazione geo-economica, e guerra cognitiva.





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04 Agosto 2026