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La depressione negli uomini raramente sembra tristezza.
Non sembra triste.
Sembra stia bene.
Si presenta, lavora sodo, rimane composto.
Sorride anche quando deve.
Ma sotto la maschera, c’è un risentimento tranquillo e crescente – verso se stesso e verso la sua versione che nessuno riesce mai a vedere.
La maggior parte degli uomini non reprime le proprie emozioni di proposito.
Lo imparano presto.
Da un padre che non ha mai permesso la sensibilità.
Da una madre che aveva bisogno di lui per essere quella forte.
Da una cultura che ha premiato le prestazioni e trattato la vulnerabilità come una responsabilità.
Così il dolore non scompare.
Cambia.
Si adatta.
Diventa irritabilità.
Lavorando troppo.
Bevendo da solo.
Silenzio.
Distanza.
Diventa l’uomo socievole, capace, presente
ma completamente solo dentro tutto.
La maschera non scivola.
Questo è il problema.
Quello che c’è sotto non è debolezza.
È sfinimento di tenere tutto ciò che non è mai stato permesso di muoversi.
Un essere umano che scalcia appena per tornare in superficie.
I pensieri.
I sentimenti.
Il peso di essere chi non ha bisogno di aiuto.
E siccome non sembra piangere, alla gente manca.
Lo chiamano impegnato.
Difficile.
Lontano.
Difficile da raggiungere.
Finché un giorno non c’è più.
E tutti dicono:
“Sembrava stare bene. ”
Gli uomini non mancano di sentire.
Semplicemente non gli viene mai dato il permesso.
Giugno è il #MeseDellaSaluteMentaleMens.
Contatta gli uomini che sembrano irraggiungibili.
Ricorda loro il loro valore.
Controlla chi fa battute.
Quelli che dicono che sono solo stanchi.
Quelli che non chiedono mai niente.
Quelli che guardano silenziosamente nel proprio abisso.
Non per aggiustarli.
Giusto per ricordargli che non sono invisibili.
Non ti costerà nulla.
Potrebbe significare tutto per loro.
Anche se non lo dimostrano.
Tks dr. Federico Riccardo Rossi psicologo
𝙀𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙧𝙚𝙡𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙩𝙧𝙖 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙪𝙧𝙗𝙞 𝙥𝙨𝙞𝙘𝙤𝙩𝙞𝙘𝙞 𝙚 𝙥𝙧𝙤𝙘𝙚𝙨𝙨𝙤 𝙙𝙞 𝙧𝙖𝙙𝙞𝙘𝙖𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙚 𝙩𝙚𝙧𝙧𝙤𝙧𝙞𝙨𝙢𝙤? di Barbara Alongi
La correlazione tra terrorismo e disturbi mentali è stata studiata per decenni.
La psichiatria, insieme alla psicologia, ha acquisito crescente importanza nello studio del terrorismo dal quale è emerso che i disturbi mentali non hanno un ruolo significativo nella maggior parte degli atti terroristici, tranne che nei casi di terroristi solitari, dove la prevalenza di alcuni disturbi, come la schizofrenia, è superiore rispetto alla popolazione generale.
Sintomo principale della schizofrenia è la psicosi, caratterizzata da perdita di contatto con la realtà, allucinazioni (soprattutto uditive) e deliri (paranoici, persecutori, religiosi, ecc.).
Schizofrenia, disturbi deliranti e spettro autistico hanno una prevalenza significativamente più alta tra i “𝒍𝒐𝒏𝒆 𝒂𝒄𝒕𝒐𝒓𝒔” rispetto alla popolazione generale
in cui la prevalenza di PTSD è superiore rispetto alla popolazione generale, ma inferiore rispetto a disturbi come la schizofrenia.
Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nasce da un’esposizione a eventi traumatici, che aumentano rabbia, ostilità e desiderio di vendetta, facilitando l’apertura verso l’estremismo violento.
Il trauma può distruggere le convinzioni di una persona su sé stessa e sul mondo, portando a una visione pessimistica del futuro e rendendo più attraente l’idea di morire per una causa.
Circa un terzo delle persone esposte a traumi sviluppa PTSD.
Da alcuni studi è emerso che anche la depressione può aumentare la simpatia verso l’estremismo e che entrare a far parte di gruppi estremisti può offrire un senso di appartenenza che protegge dalla depressione.
Nessun disturbo mentale, incluso il PTSD, è considerato una causa determinante dell’estremismo violento, ma tutti possono aumentare la vulnerabilità in presenza di altri fattori di rischio (marginalizzazione, identità, povertà, ecc.).
Mentre il PTSD contribuisce all’estremismo soprattutto attraverso la gestione delle emozioni post-traumatiche, gli altri disturbi mentali incidono maggiormente tramite isolamento sociale, difficoltà relazionali o vulnerabilità emotiva, ma nessuno di essi rappresenta un fattore determinante unico.
Il trauma può distruggere le convinzioni di una persona su sé stessa e sul mondo, portando a maggiore ostilità e sfiducia verso gli altri.
Legami sociali deboli, combinati con esperienze traumatiche, aumentano la probabilità di apertura verso l’attivismo illegale e violento.
Esperienze traumatiche durante l’infanzia (abusi, trascuratezza, violenza assistita) sono comuni tra chi si avvicina a gruppi estremisti.
Queste esperienze creano vulnerabilità emotive e un bisogno di identità che può essere soddisfatto da cause estremiste.
Studi su giovani rifugiati e membri di gruppi estremisti mostrano che chi ha subito traumi multipli è più incline a considerare l’attivismo violento.

2 giugno 1946 – 2 giugno 2026
Ottant’anni di Repubblica.
Ottant’anni da quel giorno che cambiò per sempre la storia d’Italia.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo anni di dittatura, sofferenze, privazioni e divisioni, il popolo italiano fu chiamato a compiere una scelta destinata a segnare il futuro della Nazione. Per la prima volta nella storia del nostro Paese, il voto fu davvero universale: uomini e donne si recarono alle urne per decidere la forma dello Stato e per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente.
Il 2 e 3 giugno 1946 milioni di cittadini parteciparono con straordinario senso civico a quel referendum istituzionale che vide prevalere la scelta repubblicana. Non fu soltanto una consultazione elettorale: fu un momento di rinascita collettiva. Un popolo ferito dalla guerra trovò la forza di guardare avanti e di costruire, attraverso il confronto democratico, una nuova idea di Italia.
Da quella scelta nacque la Repubblica Italiana.
Nei mesi successivi, l’Assemblea Costituente lavorò alla stesura della Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Un documento che ancora oggi rappresenta il fondamento della nostra convivenza civile, custodendo principi di libertà, uguaglianza, solidarietà, partecipazione e tutela della dignità umana.
In questi ottant’anni l’Italia ha attraversato sfide, trasformazioni, crisi e straordinari momenti di crescita. Ha saputo rialzarsi dalle macerie della guerra, costruire istituzioni democratiche solide, diventare una delle principali economie del mondo e contribuire alla costruzione di un’Europa unita e pacifica.
Celebrare la Festa della Repubblica significa ricordare il coraggio di coloro che ci hanno preceduto, l’impegno di chi ha costruito le nostre istituzioni e la responsabilità che ogni cittadino ha nel custodire i valori democratici conquistati con sacrificio.
Al di là delle differenze di idee, appartenenze o convinzioni, il 2 giugno rappresenta una ricorrenza che unisce tutti gli italiani. È la festa della nostra storia comune, della partecipazione democratica e del senso di appartenenza a una comunità nazionale che continua a guardare al futuro.
Oggi, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, possiamo celebrare con orgoglio il cammino compiuto, ricordando che la libertà, la democrazia e i diritti non sono conquiste scontate, ma patrimoni da custodire ogni giorno.
Viva la Repubblica.
Viva l’Italia.