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I casi francese e tedesco mostrano l’ipocrisia di chi difende l’integrazione. Si blatera di «rabbia sociale» e ci si rifiuta di ammettere il flop delle attività di deradicalizzazione
di MARCO LOMBARDI
Docente presso Università Cattolica di Milano
Mancava di accusare il troppo caldo a Berlino. Invece i segni del terrorismo islamista ci sono tutti: un’auto sulla folla e la prosecuzione dell’attacco al coltello; l’obiettivo una festa pubblica e profondamente contraria alla religione islamica; l’autore un giovane, con precedenti, immigrato di seconda generazione uscito dal riformatorio, sottoposto a processo di de-radicalizzazione. E per finire: la ricerca della propria morte davanti alla polizia che lo aveva ormai in pugno, freddato.
Tutto semplice dunque? Proprio no, perché il fatto di Berlino, seguito dall’accoltellamento di Parigi il giorno dopo, quest’ultimo ispirato da «Allah (che) mi ha mandato a uccidere delle donne» come avrebbe detto il secondo attentatore, mostra uno scenario complesso, che noi abbiamo fatto diventare complicato per avere lasciato andare le cose da sole o, peggio, non avere voluto vedere quello che accadeva.
Certo, vedere non è facile: si tratta di raccogliere tanti piccoli segnali che, da soli, hanno poco senso ma una volta insieme dipingono un allarmante «ecosistema digitale comunicativo»: un modo per dire che il mondo i cui viviamo è fatto di piccole cose che acquistano significato quando sono messe in relazione, per lo più attraverso il mondo digitale.
I segni di questi giorni mostrano con chiarezza il dramma del conflitto radicale in corso tra visioni del mondo diverse. È inutile girarci attorno: modelli culturali, credenze religiose, rapporti tra generazioni, sforzi istituzionali sono distanti e fallimentari rispetto a ogni tentativo di ricomposizione di un conflitto che riguarda soprattutto i cittadini di una Europa che si riconosce in una cultura che la fonda e coloro i quali, anche se qui residenti, si riconoscono in altri valori e identità, con più frequenza appartenenti a un islam radicale e non adatto a convivere nei nostri Paesi.
Sono ormai 12 anni che gli attacchi islamisti insanguinano l’Europa con continuità, malgrado i nostri sforzi di contenimento.
E i Paesi europei hanno puntato sui processi integrativi e sui programmi di deradicalizzazione per cercare di ridurre il rischio: hanno brillato per fallimento su tutta la linea. Con una minaccia in aumento, a causa della sua imprevedibilità, diffusione e mimeticità.
Infatti, i segnali da cogliere per comprendere lo scenario non sono solo quelli che ci lasciano i terroristi ma anche quelli associati alle reazioni di chi spera che l’attentatore di Berlino «sia bianco e cristiano…» o che invita alla comprensione della rabbia sociale che lo avrebbe mosso: la cecità all’evidenza, cercata e voluta per salvare la propria ideologia è la più grande vulnerabilità alla sicurezza di tutti, che è minacciata dai terroristi che agiscono e da chi non vuole vedere.
Non dubito, attivisti e portavoce di Ong varie, che di bianchi e cristiani cattivi anche ce ne sono.
Però, il «nostro colore e la nostra religione» ha saputo sviluppare gli anticorpi per affrontare queste criticità, tanto è vero che non c’è alcuna istituzione europea che si richiama né al colore né alla religione per governare.
Eppure, un’altra parte del mondo, il più delle volte quella a cui si ispirano i terroristi islamisti, è satura di questa visione totalitaria etnica e religiosa. E vorrebbe esportarla, senza discussione o con la violenza. Non possiamo non vedere questo scenario, che non possiamo accettare.
Ma non dobbiamo tuttavia rinunciare a cercare di cambiarlo, cominciando noi a cambiare passo. Chiedendo la piena responsabilità per chi colpisce: nessuna attenuante anagrafica o culturale. Non concedendo alcuno sconto lungo il percorso di detenzione e nessun inutile processo di deradicalizzazione: una chimera che si giustifica solo nell’ideologia. Chiamando alla corrispondenza i referenti culturali e religiosi dell’Islam che devono pubblicamente disconoscere queste azioni: perché un Islam incapace di mediare le sue antiche radici con la storia di oggi non ha posto in Europa. Respingendo alibi ideologici che mascherano il servizio al prossimo, con l’affare economico o politico.

I recenti episodi di destabilizzazione nel Mar Rosso e le ripercussioni sui principali corridoi mercantili globali hanno riportato drammaticamente al centro del dibattito pubblico la questione della sicurezza marittima e della resilienza della logistica. In questo contesto, i sistemi portuali italiani – vero e proprio motore dell’export nazionale – si trovano a gestire pressioni senza precedenti, dovute non solo alla ridislocazione delle rotte commerciali, ma anche all’aumento esponenziale dei rischi connessi alla sicurezza fisica e digitale degli scali.
La congestione e la vulnerabilità dei nodi portuali possono innescare effetti a catena sull’intera economia di un Paese.
Un porto moderno è un ecosistema iper-connesso, un crocevia in cui convergono reti di trasporto terrestri, sistemi di movimentazione automatizzata, piattaforme doganali e reti elettriche. Questa complessità, se da un lato massimizza l’efficienza operativa, dall’altro amplifica la superficie di attacco. Un cyberattacco mirato ai sistemi OT (Operational Technology) di un terminal container non provocherebbe solo la perdita di dati, ma il blocco fisico delle operazioni di carico e scarico, con ricadute economiche immediate su tutta la filiera produttiva.
La protezione di queste infrastrutture non può più affidarsi esclusivamente alla tradizionale perimetrazione fisica (recinzioni, guardie, controlli doganali), per quanto questa rimanga fondamentale. È indispensabile l’adozione di un approccio integrato, fondato sul concetto di “Security by Design” all’interno dei Port Community Systems. Questo implica la condivisione strutturata delle informazioni di intelligence tra Autorità portuali, Capitanerie di porto, Forze dell’Ordine e operatori privati, per ottenere una visione situazionale comune.
L’automazione dei terminal rende indispensabile un aggiornamento costante delle misure di sicurezza fisica e informatica.
Investire nella cybersecurity portuale e nella protezione fisica anti-sabotaggio non rappresenta un costo aggiuntivo per il sistema Paese, ma un’assicurazione strategica indispensabile. In un mondo caratterizzato dalla persistenza delle crisi, la capacità di mantenere aperti e funzionanti i propri nodi logistici costituisce il primo e più efficace strumento di deterrenza e di sicurezza nazionale.
“Con che spirito un poliziotto si sveglia ogni mattina, sapendo che una parte della società lo giudicherà ancora prima di conoscere i fatti?”
È una domanda che merita una risposta. Non per difendere una categoria a prescindere, ma per comprendere una realtà che riguarda tutti.
Dietro una divisa non esiste soltanto un agente di Polizia, un Carabiniere o un Finanziere. Esiste una persona. Un padre, una madre, un figlio, una figlia. Qualcuno che ogni giorno esce di casa senza sapere quali situazioni dovrà affrontare e con la consapevolezza che ogni decisione potrà essere osservata, criticata e giudicata in pochi secondi, spesso attraverso lo schermo di uno smartphone.
Nel frattempo, un dato passa quasi inosservato: le Forze dell’Ordine stanno vivendo una crescente difficoltà nel ricambio generazionale. I pensionamenti aumentano, mentre il numero di giovani che sceglie questa professione non riesce a compensare le uscite. I sindacati di categoria denunciano da tempo organici insufficienti, carichi di lavoro sempre più gravosi e una pressione operativa che rischia di diventare insostenibile.
Le conseguenze non ricadono solo sugli operatori. Ricadono sull’intera collettività.
Meno pattuglie disponibili significa meno presenza sul territorio, tempi di risposta che possono allungarsi e una capacità di prevenzione inevitabilmente ridotta. La sicurezza è un servizio essenziale e, come ogni servizio pubblico, richiede personale, formazione e investimenti continui.
Qualcuno immagina che, un domani, l’intelligenza artificiale e la robotica possano colmare queste carenze. Sicuramente saranno strumenti preziosi: aiuteranno nelle analisi investigative, nella gestione dei dati e nel supporto decisionale. Ma nessuna macchina potrà sostituire l’esperienza, il discernimento e l’umanità necessari quando bisogna gestire una violenza domestica, un incidente stradale, una persona in crisi o una situazione che cambia in pochi istanti.
La tecnologia può assistere. Non può assumersi la responsabilità morale di una scelta.
È giusto pretendere trasparenza, professionalità e responsabilità da chi indossa una divisa. È altrettanto giusto ricordare che non si può giudicare un’intera categoria dagli errori di pochi. La critica costruttiva rafforza le istituzioni; il pregiudizio le indebolisce.
La vera domanda, allora, non è se un giovane voglia ancora entrare nelle Forze dell’Ordine.
La domanda è un’altra.
Che cosa accadrà quando saranno sempre meno coloro disposti a mettersi al servizio della collettività?
La sicurezza non nasce per caso. Dietro ogni intervento riuscito, ogni soccorso, ogni indagine e ogni notte trascorsa sulle strade ci sono donne e uomini che hanno scelto di esserci, anche quando è difficile.
Forse è il momento di riflettere su questo. Perché una società che perde il rispetto per chi la tutela rischia, prima o poi, di perdere anche una parte della propria sicurezza.
