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La convergenza perfetta di guerra cinetica, cognitiva, narrativa e infrastrutturale: l’asse Balcani – Iran – Cina

Di Dr. Marco Filippi

La mia lettura è che la competizione non riguardi ormai soltanto territori, basi o risorse, ma il controllo simultaneo di quattro elementi: corridoi logistici, sistemi informativi, capacità di mobilitazione sociale e percezione collettiva dell’inevitabilità del conflitto.

1. Balcani e Albania: la contestazione politica diventa immediatamente campo di battaglia digitale

La cosiddetta Rivoluzione dei Fenicotteri, iniziata in Albania il 30 maggio 2026 su questioni ambientali e di governance, non ha generato soltanto protesta di piazza. Ha prodotto una seconda battaglia nello spazio digitale: campagne diffamatorie coordinate, accuse di corruzione e dipendenza straniera contro attivisti e ONG, pubblicazione di dati personali e intimidazioni amplificate anche da figure pubbliche.

L’elemento rilevante non è solo la repressione di una protesta ambientale. È la trasformazione di rivendicazioni apparentemente “green” — ambiente, anticorruzione, trasparenza, riforma costituzionale e responsabilità delle élite — in una piattaforma potenzialmente destabilizzante, sulla quale il potere risponde non esclusivamente con la polizia ma attraverso doxxing, delegittimazione preventiva, saturazione informativa e costruzione algoritmica del nemico interno. (OBCT)

Questo modello albanese non va isolato dai sommovimenti balcanici: proteste in Serbia dopo il collasso della pensilina ferroviaria di Novi Sad, contestazioni contro grandi investimenti estrattivi ed energetici, pressione sugli asset cinesi e ridimensionamento della presenza di Pechino in alcuni terminali e progetti regionali. Il punto non è affermare che ogni protesta sia eterodiretta, ma riconoscere che l’ecosistema balcanico sta diventando un laboratorio nel quale ambiente, anticorruzione, infrastrutture e guerra digitale vengono fusi in un’unica narrativa politica.

Questa grammatica comincia ora a risuonare anche negli Stati Uniti attraverso piattaforme come quella di Shawn Ryan, che trasferiscono nel mainstream americano temi precedentemente marginali: corruzione sistemica, apparati di sicurezza fuori controllo, necessità di una rifondazione costituzionale, sfiducia verso le élite e rottura del rapporto tradizionale tra giovani generazioni e politica estera israeliana.

Millennial e Gen Z non si stanno necessariamente spostando su posizioni antisemite; stanno però separando sempre più nettamente identità ebraica, Israele e sionismo politico. Elettoralmente e culturalmente questa separazione erode uno dei pilastri bipartisan della politica statunitense e crea il bacino cognitivo sul quale può essere costruita una crisi di legittimità interna.

2. Uzbekistan: chi controlla la ferrovia controlla la capacità di concentrazione strategica

Il 4 giugno 2026, a Samarcanda, l’OSCE ha sostenuto l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei sistemi uzbeki di valutazione d’impatto ambientale e di expertise ecologica statale. Ufficialmente si parla di efficienza, trasparenza, supervisione umana e cooperazione transfrontaliera. Ma il dato strategico è che l’Uzbekistan viene esplicitamente riconosciuto come Stato centrale per l’intera Asia Centrale e come spazio nel quale la valutazione di infrastrutture, energia, territorio e impatti transfrontalieri viene progressivamente inglobata in un sistema algoritmico supervisionato. (oceea.osce.org)

A questo si aggiunge il passaggio ancora più importante del 17 giugno 2026: la BERS ha approvato fino a 38,4 milioni di euro per la trasformazione digitale delle Ferrovie dell’Uzbekistan, comprendente software di gestione del traffico, programmazione, dispatching, controllo operativo e cybersecurity. La finalità dichiarata è fluidificare il traffico lungo il Corridoio Transcaspico e sostituire i processi manuali con sistemi digitalizzati di comando e controllo ferroviario. (ebrd.com)

Formalmente OSCE e BERS non stanno “bloccando” la Cina. Funzionalmente, tuttavia, stanno inserendo dentro il principale snodo ferroviario centroasiatico sistemi di governance, controllo operativo, cybersecurity, valutazione ambientale e supervisione algoritmica ancorati a istituzioni euro-atlantiche.

Questo ha implicazioni che vanno molto oltre il trasporto civile. La rete ferroviaria è il principale strumento cinese per spostare massa: materiali strategici, apparati C2/C4ISR, unità militari, combustibili, componenti missilistici e, in prospettiva, asset di deterrenza dispersa. Negli ultimi mesi la Cina ha mostrato con particolare enfasi la capacità dell’EPL di trasferire truppe e sistemi pesanti su rotaia, così come RUMINT da tempo tende ad individuare StratRail come EMP hardened di fronte alle minacce di Trump durante il precedente mandato, riassumibili come un possibile attacco EMP o quantistico sulla Cina continentale.

La digitalizzazione “occidentale” dell’Uzbekistan crea quindi un punto di osservazione e potenzialmente d’interdizione proprio sulla direttrice attraverso la quale Pechino potrebbe proiettare potenza verso Caspio, Iran e Medio Oriente. Non è un blocco fisico dello StratRail cinese: è qualcosa di più sottile, cioè la progressiva trasformazione del corridoio in un sistema nel quale traffico, scheduling, anomalie, priorità e sicurezza diventano leggibili e governabili attraverso standard non cinesi.

3. Iran: dagli investimenti digitali in Asia Centrale alla distruzione fisica dei corridoi

La convergenza diventa evidente quando si passa dal controllo digitale alla distruzione cinetica.

Il 2 aprile 2026 gli attacchi statunitensi e israeliani hanno colpito il ponte B1 tra Teheran e Karaj, una delle maggiori opere infrastrutturali iraniane: otto morti e decine di feriti secondo Teheran. Non era soltanto un ponte civile, ma un simbolo della capacità di collegamento fra capitale, occidente iraniano e reti industriali. (Al Jazeera)

Il 9 luglio 2026, nella seconda giornata della rinnovata campagna americana, un missile da crociera ha colpito il ponte ferroviario di Ogtay Khan, nella provincia settentrionale del Golestan. Il ponte è indicato come punto strategico del corridoio ferroviario Cina–Turkmenistan–Iran. Contestualmente sono stati interrotti collegamenti sulla tratta Teheran–Mashhad. CENTCOM ha collocato gli attacchi nella campagna volta a degradare la capacità iraniana di minacciare la navigazione nello Stretto di Hormuz. (Middle East Monitor)

Quindi la sequenza è leggibile:

– il sistema euro-atlantico digitalizza e rende trasparente il nodo ferroviario uzbeko;

– gli Stati Uniti colpiscono fisicamente i ponti ferroviari iraniani che connettono Iran, Turkmenistan, Russia e Cina;

– viene amputata la capacità di Pechino di trasferire rapidamente materiali, energia, tecnologie dual use e sistemi di comando verso l’Iran;

– contemporaneamente si colpisce la capacità iraniana di distribuire petrolio, unità e apparati militari sul proprio territorio.

Non si tratta semplicemente di “fermare il commercio cinese”. Si tratta di separare la componente commerciale della Belt and Road dalla sua capacità potenziale di diventare rete strategica di mobilitazione e deterrenza.

4. Hormuz e Houthi: il terrore aeronautico come risposta asimmetrica

Alla distruzione dei corridoi terrestri e ferroviari segue la risposta iraniana sugli spazi marittimi e aerei.

Il 13 luglio 2026 gli Houthi hanno lanciato missili e droni contro l’aeroporto internazionale saudita di Abha, dopo gli attacchi sauditi sull’aeroporto di Sana’a. Il portavoce militare Yahya Saree ha parallelamente avvertito le compagnie aeree circa l’utilizzo dello spazio aereo saudita. Non è solamente un attacco contro un aeroporto: è un’operazione volta a trasferire il rischio militare nel calcolo delle compagnie civili, degli assicuratori, dei passeggeri e delle autorità aeronautiche. (AP News)

Il 14 luglio, l’EASA ha nuovamente rafforzato l’avviso alle compagnie affinché evitassero o valutassero con estrema cautela gli spazi aerei di Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati, Oman, Iran, Iraq e Libano, sottolineando il rischio di missili, droni e identificazione erronea di aeromobili civili. (Reuters)

Questa è una campagna di terrore nel senso tecnico del termine: non serve abbattere decine di aerei. È sufficiente rendere credibile la possibilità che un aeromobile civile venga colpito per ottenere deviazioni, cancellazioni, aumento dei costi assicurativi e pressione politica sulle monarchie del Golfo.

Sul mare la dinamica è analoga. Circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas attraversa Hormuz. Trump aveva proposto un pedaggio protettivo del 20% sul traffico, salvo ritirarlo dopo gli impegni economici dei Paesi del Golfo. Il messaggio rimane però intatto: Washington considera ormai lo Stretto uno spazio nel quale può offrire, vendere o imporre protezione, mentre Teheran sostiene che l’energia regionale sarà disponibile per tutti oppure per nessuno. (AP News)

La risposta iraniana non consiste quindi nell’eguagliare la potenza aeronavale americana. Consiste nel rendere insicuro, costoso e politicamente tossico l’intero sistema logistico regionale.

5. Israele: il dissenso interno restringe il tempo strategico di Netanyahu

In Israele e nella diaspora stanno aumentando le voci che descrivono l’attuale politica come un fallimento non soltanto morale, ma operativo e strategico.

Gideon Levy, membro del comitato editoriale di Haaretz, ha definito “follia” l’adesione quasi automatica dell’opinione pubblica israeliana alla guerra contro l’Iran e ha messo in discussione l’idea che la minaccia iraniana possa essere eliminata attraverso campagne militari periodiche. Nei suoi interventi del 2026 insiste sul fatto che Israele venga continuamente ricondotto alla guerra dopo aver dichiarato, ogni volta, di avere già neutralizzato la minaccia. (Le Monde Diplomatique)

A queste critiche si aggiungono ex funzionari, militari, accademici e commentatori israeliani che leggono l’attuale percorso come una combinazione di erosione morale, dipendenza dagli Stati Uniti, isolamento diplomatico e incapacità di produrre una soluzione politica.

Questo non indebolisce necessariamente Netanyahu nell’immediato. Può al contrario costringerlo ad accelerare. Quando un governo ritiene che la propria finestra di legittimità interna e internazionale si stia chiudendo, aumenta l’incentivo a ottenere rapidamente un risultato irreversibile: eliminazione della capacità nucleare iraniana, cambio di regime, frammentazione del territorio o coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.

Le ricorrenti indicazioni diffuse da ambienti vicini o dichiaratamente contigui all’intelligence israeliana su finestre di 15–30 giorni non vanno trattate come ordini operativi verificati, ma nemmeno ignorate. Sono signalling: preparano opinione pubblica, mercati e decisori alla possibilità di una nuova fase, inclusa una presenza terrestre americana o israeliana limitata, inizialmente presentata come protezione di siti nucleari, recupero personale, apertura di corridoi o messa in sicurezza di infrastrutture.

6. Cina: il missile del 6 luglio è una dichiarazione nucleare, non un test neutro

Il 6 luglio 2026, un sottomarino nucleare cinese ha lanciato nel Pacifico un missile strategico a lungo raggio con testata simulata. Pechino lo ha definito un addestramento ordinario, ma si è trattato del secondo lancio pubblico cinese di un vettore strategico nel Pacifico in meno di due anni.

Il missile viene indicato da analisti cinesi come probabilmente appartenente alla famiglia JL-3, con gittata superiore ai 10.000 chilometri: un SLBM con prestazioni intercontinentali, capace teoricamente di minacciare gli Stati Uniti continentali senza costringere i sottomarini cinesi ad allontanarsi dalle acque protette prossime alla Cina. Il lancio è avvenuto alla vigilia del vertice NATO in Turchia e poche ore dopo un accordo di difesa fra Australia e Fiji. (The Guardian)

Il Giappone era stato avvertito, ma ha chiesto a Pechino di riconsiderare il lancio per il rischio che la traiettoria potesse interessare il suo spazio aereo e ha espresso seria preoccupazione per l’espansione delle attività militari cinesi. (Malay Mail)

È quindi improprio leggerlo soltanto come lancio spaziale o test di routine. La forma comunicativa è volutamente ambigua, simile a quella dei programmi spaziali e missilistici dual use: Pechino mostra che può lanciare da una piattaforma non immediatamente localizzabile un vettore con profilo, gittata e funzione deterrente comparabili a quelli di un ICBM.

Il messaggio è rivolto contemporaneamente a Giappone, Stati Uniti, Australia, Taiwan e NATO: mentre Washington concentra capacità in Iran e Mosca mantiene la pressione sull’Europa, la Cina dimostra di poter aprire un ulteriore asse di coercizione nucleare nell’Indo-Pacifico.

7. Professor Jiang: non previsione neutra, ma costruzione di uno scenario escatologico

Il canale da osservare è Predictive History di Jiang Xueqin, insegnante e divulgatore sino-canadese attivo a Pechino, divenuto virale dopo che una lezione del maggio 2024 aveva previsto la vittoria di Trump e una successiva guerra statunitense contro l’Iran. Il suo seguito è prevalentemente occidentale, ma i suoi interventi vengono tradotti e rilanciati anche sui social cinesi. (South China Morning Post)

Jiang non parla per il governo cinese e non deve essere trasformato in portavoce ufficiale di Pechino. Ma è significativo che una figura cinese divenuta molto influente proprio in Occidente proponga una lettura apertamente escatologica degli eventi.

Nel suo schema:

– una guerra terrestre contro l’Iran consuma l’impero americano;

– il mondo musulmano finisce per coagularsi lungo un asse Iran–India e Asia meridionale;

– Israele sfrutta il logoramento reciproco tra Stati Uniti e Iran per imporre una propria centralità regionale;

– la Russia e componenti russo-israeliane contribuiscono alla costruzione di un nuovo ordine territoriale mediorientale;

– la NATO viene disgregata dall’interno attraverso guerre periferiche, in particolare una futura frattura greco-turca alimentata da nazionalismo e ortodossia radicalizzata;

– gli Stati Uniti entrano in una fase di conflitto civile;

– le grandi piattaforme tecnologiche, dopo lo scontro con la regolazione americana, ritornano verso Israele e contribuiscono alla formazione di una Pax Judaica fondata su capitale, dati e controllo tecnologico.

Il valore di questo discorso non dipende dalla sua correttezza profetica. Il suo valore è cognitivo.

Jiang costruisce una narrazione nella quale la guerra è già inevitabile, gli Stati Uniti sono già condannati, la NATO è già in dissoluzione e le società occidentali sono già avviate alla guerra civile. È una narrativa estremamente efficace perché non ordina esplicitamente a nessuno di combattere: convince gli attori che il collasso sia storico, ciclico e ineluttabile.

In questo senso la minaccia implicita è più grave di quella esplicita: qualora negli Stati Uniti esplodesse un conflitto interno, Pechino non avrebbe bisogno di apparire come artefice. Sarebbe sufficiente amplificare antagonismi razziali, generazionali, religiosi, economici e costituzionali già presenti.

8. Diaspore e ridistribuzione del capitale umano israeliano

Anche la trasformazione della diaspora israeliana va letta come fenomeno strategico e non soltanto migratorio.

La diaspora albanese tende a mantenere una forte convergenza identitaria e politica verso la madrepatria. La nuova diaspora israeliana appare invece articolarsi in almeno tre direttrici:

– un troncone legato agli Stati Uniti, alla sicurezza e al capitale tecnologico che rafforza posizioni in Europa orientale e nei Paesi più atlantisti;

– reti ashkenazite e religiose che guardano all’Asia Centrale, agli “-stan”, ai corridoi orientali e contemporaneamente a Venezia come porta storica europea, centro di memoria teologica, cabalistica e finanziaria;

– famiglie e capitali europei più antichi, con collegamenti storici verso Israele, Russia e Sudafrica, che tendono a consolidarsi nell’Europa centrale.

Non è necessario ipotizzare una regia unitaria. Le diaspore non si muovono come eserciti. Ma reti familiari, religiose, finanziarie e tecnologiche possono anticipare il rischio politico e predisporre basi alternative prima che la crisi diventi manifesta.

La convergenza tra questi movimenti e le ipotesi di Jiang è quindi rilevante: mentre pubblicamente si parla di emigrazione, investimenti o ricerca di stabilità, sul piano profondo assistiamo a una redistribuzione preventiva di capitale, competenze e connessioni lungo i futuri assi di sicurezza.

Conclusione

Il quadro complessivo che propongo è il seguente.

La guerra cinetica sta amputando i corridoi terrestri Iran–Cina e preparando la coercizione su Hormuz. La digitalizzazione euro-atlantica dell’Uzbekistan rende più leggibile e condizionabile la mobilità ferroviaria centroasiatica. Le proteste balcaniche vengono immediatamente trasformate in guerre digitali per il controllo della legittimità. Le campagne Houthi trasferiscono il conflitto dai bersagli militari alla percezione di sicurezza di aviazione civile e commercio. Il lancio cinese del 6 luglio introduce nel quadro un segnale nucleare intercontinentale. Le critiche israeliane restringono la finestra politica di Netanyahu, aumentando l’incentivo all’escalation. Shawn Ryan negli Stati Uniti e Jiang Xueqin sul piano globale preparano due pubblici differenti a considerare la rifondazione o il collasso dell’ordine esistente come inevitabili.

La mia tesi è dunque che la guerra narrativa non stia più accompagnando quella cinetica. La precede, seleziona i bersagli, organizza le reazioni sociali e rende politicamente accettabili eventi che altrimenti apparirebbero impensabili.

I ponti vengono distrutti fisicamente; i corridoi vengono controllati algoritmicamente; le opposizioni vengono neutralizzate digitalmente; le alleanze vengono erose narrativamente; le popolazioni vengono preparate psicologicamente a una guerra già rappresentata come inevitabile.

È questa convergenza — più che il singolo attacco o la singola dichiarazione — che considero oggi il centro di gravità, così come le singole posizioni, si pensi quella di Shawn Ryan o quella del Movimento dei Fenicotteri si basano su disagio e mancanza di adattamento di intere generazioni, al punto che al netto della Cognitive Warfare, e della futura manipolazione elettorale pro eco/turbo socialismo – che non condivido – mi rendono difficile come persona e non come analista, non condividere la bontà della richiesta di base

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17 Luglio 2026

I Balcani occidentali: un crocevia ibrido tra geopolitica, demografia e competizione strategica

Di Dr. Marco Filippi

Gli sviluppi in corso nei Balcani occidentali dovrebbero essere analizzati attraverso un approccio multidisciplinare, piuttosto che come eventi politici isolati.

L’Albania è emersa come un caso di studio particolarmente rilevante. Le recenti proteste legate ai grandi progetti di investimento straniero mostrano come le rivendicazioni locali vadano ben oltre gli aspetti economici. Questioni ambientali, governance, trasparenza, identità, pressioni demografiche e percezioni di sovranità stanno convergendo in una mobilitazione sociale sempre più ampia. Dinamiche analoghe sono osservabili anche in altre aree d’Europa, dove investimenti strategici si innestano su contesti socioeconomici fragili. Le diaspore, oggi sempre più interconnesse attraverso le piattaforme digitali, svolgono un ruolo crescente come moltiplicatori di narrazioni, flussi di investimento e mobilitazione politica.

Una seconda dimensione strategica riguarda l’evoluzione della postura marittima della Russia. Mentre le esportazioni di LNG artico si orientano progressivamente verso est lungo la Northern Sea Route, Mosca continua ad adattare la propria architettura logistica. In vista del vertice di Ankara, alcuni segnali provenienti dall’Artico russo sembrano inserirsi in un quadro strategico più ampio piuttosto che rappresentare movimenti isolati. Le recenti osservazioni OSINT relative ad asset associati allo yacht ufficiale del Presidente Putin — inizialmente collegato agli Stretti turchi e successivamente individuato in acque artiche — evidenziano come il teatro artico e quello mediterraneo debbano essere interpretati come elementi interconnessi di una medesima strategia di lungo periodo. Dopo l’incertezza che circonda Tartus, mantenere un accesso stabile al Mediterraneo continua infatti a rappresentare un elemento di primaria importanza per la proiezione geopolitica russa.

Il terzo, e forse più delicato, elemento riguarda il rischio di escalation politica. I Balcani occidentali continuano a beneficiare della presenza stabilizzatrice di NATO, KFOR e Unione Europea, fattore che riduce significativamente la probabilità di un conflitto convenzionale su larga scala. Tuttavia, la persistenza di retoriche nazionaliste, di contenziosi storici irrisolti e il continuo processo di modernizzazione delle Forze Armate serbe richiedono un monitoraggio costante.

La competizione ibrida raramente inizia con un’azione militare. Si sviluppa attraverso narrazioni, frammentazione sociale, polarizzazione politica, vulnerabilità economiche e operazioni nel dominio informativo. Numerosi attori internazionali mantengono nella regione reti umanitarie, culturali, accademiche, ambientali e appartenenti alla società civile. Sebbene tali attività siano pienamente legittime, i periodi di instabilità possono creare opportunità favorevoli a operazioni di influenza e sfruttamento strategico da parte di attori esterni.

Da una prospettiva di intelligence, il rischio principale non appare quello di un conflitto immediato tra Stati, bensì la possibile emersione di un leader apparentemente “spontaneo”, capace di saldare movimenti di protesta oggi frammentati in una mobilitazione politica più ampia, trasformando una moderata instabilità in una sfida ibrida decisamente più complessa.

Merita inoltre un approfondimento comparativo il ruolo geopolitico delle diaspore. I processi di ricollocazione che stanno interessando parte delle comunità ebraiche in risposta al mutato contesto di sicurezza regionale, insieme all’evoluzione storica e contemporanea della diaspora albanese, dovrebbero essere analizzati non soltanto sotto il profilo demografico o economico, ma anche come reti transnazionali capaci di influenzare investimenti, diplomazia pubblica, narrazioni politiche, resilienza, risposta alle crisi e, potenzialmente, l’ambiente informativo strategico.

I Balcani hanno dimostrato più volte come le sorprese strategiche maturino gradualmente, piuttosto che manifestarsi improvvisamente. Tre scenari appaiono oggi plausibili: il più probabile è la prosecuzione di una stabilità fragile, caratterizzata da tensioni episodiche ma contenute nel quadro euro-atlantico; un secondo scenario prevede un progressivo irrigidimento politico, accompagnato da una crescente polarizzazione interna e da un maggiore ricorso agli strumenti della competizione ibrida; infine, meno probabile ma potenzialmente più dirompente, l’emergere di un leader “spontaneo” capace di unificare movimenti oggi sopiti e di connetterli con correnti nazionaliste regionali, generando una dinamica molto più imprevedibile.

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14 Luglio 2026
Medical Intelligence, Cognitive Warfare e Medical Countermeasures: oltre il dibattito sul fentanyl

By Dr. Marco Filippi

Il recente dibattito riacceso da alcuni articoli di stampa sull’acquisto di naloxone per le Forze di polizia merita una riflessione che vada oltre la contrapposizione tra “allarme reale” e “allarmismo”. Dal punto di vista della Medical Intelligence, la questione non riguarda soltanto la probabilità di un evento, ma soprattutto la capacità di risposta dello Stato nei primi minuti di una crisi.

Le Medical Countermeasures (MCM) rappresentano uno dei pilastri della preparedness sanitaria e CBRNe. Come gli antidoti impiegati negli scenari nucleari, biologici e chimici, il naloxone costituisce una contromisura farmacologica destinata a ridurre mortalità e disabilità quando il tempo di intervento è estremamente limitato.

In Italia il naloxone è considerato da decenni un farmaco salvavita e la sua somministrazione da parte di personale non sanitario è già prevista nell’ambito delle strategie di contrasto alle overdose da oppioidi. La disponibilità di formulazioni nasali a somministrazione semplificata rende possibile una formazione standardizzata, anche tramite video-corsi o MOOC, consentendo agli operatori di acquisire rapidamente una competenza essenziale senza sostituire il ruolo del sistema di emergenza sanitaria.

In quest’ottica, la distribuzione del naloxone alle Forze di polizia non dovrebbe essere interpretata come risposta a un’ipotetica epidemia nazionale di fentanyl, bensì come una misura di preparedness coerente con la gestione moderna dei rischi complessi.

La tempistica degli eventi è significativa. Dopo l’adozione del Piano nazionale contro il fentanyl, il recente furto di fiale di fentanyl dall’Ospedale Israelitico di Roma e il conseguente rafforzamento delle misure governative dimostrano come la sicurezza della filiera dei farmaci strategici e la disponibilità delle Medical Countermeasures rappresentino oggi un tema di sicurezza nazionale, oltre che sanitaria.

Parallelamente, la ricircolazione nel dibattito pubblico di articoli che ridimensionano il rischio costituisce un interessante caso di studio sotto il profilo della Cognitive Warfare. Indipendentemente dalle intenzioni degli autori, l’ambiente informativo può influenzare la percezione della necessità delle contromisure, la fiducia nelle istituzioni e l’accettazione delle misure di preparedness. Per l’analista di Medical Intelligence, anche questa dimensione rappresenta un indicatore da osservare.

La storia offre inoltre una lezione importante. Durante la crisi del Teatro Dubrovka di Mosca (2002), l’impiego di un oppioide ad alta potenza mise in evidenza le enormi difficoltà legate alla disponibilità degli antidoti, alla capacità di ventilazione, al numero di operatori addestrati e alla distribuzione delle Medical Countermeasures. Molti pazienti furono evacuati con mezzi di fortuna e la disponibilità iniziale di naloxone risultò insufficiente rispetto all’entità dell’evento. Ancora oggi Dubrovka rappresenta uno dei principali case study internazionali sulla preparazione sanitaria agli scenari con oppioidi ad alta potenza.

L’Italia dispone già di scorte antidotiche nazionali, regionali e ospedaliere per diversi scenari CBRNe. Tuttavia, come dimostra l’esperienza internazionale, la resilienza non dipende esclusivamente dalla quantità complessiva delle scorte, bensì dalla loro distribuzione sul territorio e dalla rapidità con cui possono raggiungere il luogo dell’evento.

Per questo motivo, un’evoluzione coerente del Piano nazionale potrebbe prevedere una progressiva estensione della disponibilità del naloxone non solo alle Forze di polizia, ma anche agli equipaggi del 118, alle organizzazioni di soccorso sanitario e alle componenti sanitarie della Protezione Civile. In scenari singoli o con numerose vittime, la possibilità di disporre immediatamente di antidoti sul primo mezzo di risposta può rappresentare un fattore determinante per la sopravvivenza dei pazienti e per la resilienza complessiva del sistema.

Le Medical Countermeasures non sono uno strumento per alimentare l’allarme: sono una componente essenziale della preparedness nazionale.

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12 Luglio 2026