Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

Disclaimer e Privacy

TEMI e PROGETTI

Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

Consiglio e Soci fondatori

L'associazione è nata nel 2017 dall'iniziativa di Maria Grazia Santini che ha raccolto intorno a sé amici professionisti e non che ha conosciuto e apprezzato lavorando nel settore della Sicurezza.

I PARTNER

DATASTOR

Recupero dati informatici da Hard Disk (in camera bianca propria) e Smartphone, Chiavette, Raid, Nas
Via  Arbe 29, 20125 Milano
info@datastor.it – www.recuperodatipro.it

MICROCONTROL ELECTRONIC

Sistemi elettronici per la sicurezza
Milano, Via Giuba, 11 – Tel. 02 28314420
www.microcontrol.org

QUASER CERTIFICAZIONI

Servizi di certificazione ed ispezione
Milano, Via Melchiorre Gioia, 72
www.quasercert.com

NEWS

Contributi, aggiornamenti sulle nostre attività, segnalazioni, stato dell'arte dei progetti che stiamo seguendo e molto altro ancora

Quanto costa spegnere un incendio dal cielo?

Canadair, elicotteri regionali ed Erickson S-64F: quanto spendiamo davvero per ogni ora di lotta al fuoco

Quando un incendio boschivo diventa abbastanza grande da richiedere l’intervento di un mezzo aereo, nell’immaginario collettivo la domanda è quasi sempre la stessa: quanto costa far volare un Canadair?

La risposta, però, è molto meno semplice di quanto sembri.

Il costo di un’ora di volo, infatti, non coincide necessariamente con il costo di un’ora di disponibilità del mezzo. Un contratto può comprendere equipaggi, manutenzione, basi operative, carburante, mezzi di supporto, reperibilità e un determinato numero di ore di volo. Inoltre, un Canadair CL-415, un elicottero AIB regionale e un Erickson S-64F non svolgono esattamente lo stesso lavoro.

Per capire quanto costa realmente la lotta aerea contro gli incendi boschivi bisogna quindi mettere insieme diversi elementi: costo, capacità di carico, rapidità di intervento, distanza dalla base, disponibilità e numero di lanci.

Ed è proprio mettendo insieme questi fattori che i numeri iniziano a raccontare una storia molto diversa da quella del semplice “costo orario”.


Il primo equivoco: “un’ora di Canadair costa 15.000 euro”

Il valore di circa 15.000 euro per ora di volo del Canadair è circolato per anni nel dibattito pubblico. È un numero che non può essere considerato automaticamente falso, ma neppure utilizzato come una tariffa universale.

Nel 2021, ad esempio, una ricostruzione giornalistica riportava un costo di circa 12.850 euro per ora sulla base del servizio allora in essere. Nello stesso articolo venne pubblicata anche la precisazione di Luca Cari, responsabile della comunicazione dei Vigili del Fuoco, secondo cui il costo orario effettivo diminuiva all’aumentare delle ore di volo: con 8.000 ore annue, il costo indicato sarebbe sceso a circa 6.900 euro all’ora.

La differenza è fondamentale, perché il prezzo di un servizio aeronautico AIB non può essere ridotto alla semplice somma di carburante, manutenzione e stipendio del pilota.

Dentro una flotta nazionale ci sono anche la disponibilità permanente, le basi, la manutenzione programmata, gli equipaggi, la logistica, le certificazioni, la gestione operativa e tutti quei costi che devono essere sostenuti anche quando l’aereo non sta effettuando un lancio.

Per questo parlare genericamente di “costo di un’ora di Canadair” può essere fuorviante. Prima di tutto bisognerebbe capire che cosa stiamo realmente pagando quando acquistiamo quel servizio.


Il nuovo ordine di grandezza: quasi mezzo miliardo

Per capire la dimensione economica del servizio nazionale basta guardare alla procedura avviata dal Ministero dell’Interno nel 2024 per la gestione operativa della flotta Canadair CL-415.

Il valore complessivo indicato era di 479.174.759 euro, con basi permanenti in Liguria, Lazio e Calabria e ulteriori basi stagionali. La procedura era stata aggiudicata nel gennaio 2025 ad Avincis Aviation Italia.

C’è però un elemento particolarmente importante quando si analizzano questi numeri: quel valore non può essere semplicemente diviso per il numero di Canadair e per le ore di volo per ottenere una “tariffa oraria”.

Stiamo infatti parlando di un servizio complesso di gestione operativa della flotta, non di un semplice noleggio a ore. Il contratto comprende una struttura organizzativa e operativa molto più ampia della sola attività di volo.

La vicenda ha inoltre avuto uno sviluppo giudiziario significativo. Nel dicembre 2025 il Consiglio di Stato ha annullato la procedura, con conseguenze anche sull’aggiudicazione e sul contratto successivo. La questione era ancora oggetto di interventi parlamentari nell’aprile 2026.

Il valore di 479 milioni deve quindi essere utilizzato come indicatore della dimensione economica del servizio nazionale, non come prezzo definitivo e attuale di una singola ora di volo.


E poi c’è il Piemonte

Il confronto diventa ancora più interessante quando si passa dal sistema nazionale a quello regionale.

La Regione Piemonte ha costruito negli anni un proprio servizio elicotteristico AIB e di protezione civile. Nel contratto 2020-2024 il servizio prevedeva una disponibilità articolata sul territorio regionale, con la possibilità di arrivare complessivamente a sei elicotteri, oltre a eventuali mezzi aggiuntivi in situazioni straordinarie.

La base d’appalto annuale era di 1.596.732 euro, mentre il valore complessivo posto a gara per il quinquennio era di 7.983.660 euro, al netto dell’IVA e comprendendo anche l’eventuale proroga. L’aggiudicatario aveva inoltre offerto un ribasso dell’11,05%.

Ma è osservando l’utilizzo effettivo che emerge un dato ancora più interessante.

Tra il 2020 e il 2024 il servizio piemontese ha effettuato complessivamente 17.413 minuti di volo nel 2020, 9.163 nel 2021, 30.784 nel 2022, 18.334 nel 2023 e 3.396 nel 2024. La media è stata di 15.818 minuti all’anno, pari a circa 263 ore.

La Regione rileva inoltre che, delle 500 ore annuali previste contrattualmente, ne sono state utilizzate mediamente circa 315, pari al 63,08%, considerando il periodo contrattuale indicato nel documento.

Ed è proprio questo uno dei punti fondamentali quando si parla di costi dell’antincendio boschivo: una flotta AIB non si paga soltanto quando vola.

Una parte significativa della spesa serve a garantire che l’elicottero, l’equipaggio e l’intera infrastruttura siano disponibili quando l’incendio arriva. In altre parole, non si sta acquistando semplicemente un certo numero di ore di volo. Si sta acquistando la possibilità di avere una capacità operativa pronta a intervenire.


Il nuovo contratto piemontese: 4,5 milioni di euro

Il progetto successivo della Regione Piemonte porta ancora più avanti questo ragionamento.

Per il nuovo servizio triennale la Regione ha stimato un importo massimo a base di gara di 4.500.000 euro, oltre IVA. Il progetto prevede un monte di 500 ore annue, quindi 1.500 ore standard complessive nel periodo contrattuale, con possibilità di riallocazione delle ore non utilizzate e ulteriori prestazioni entro i limiti previsti dal progetto.

Nel documento compare inoltre un riferimento complessivo di 2.181 ore contrattuali considerando le ulteriori possibilità previste.

Se dividessimo semplicemente il valore di 4,5 milioni per le 2.181 ore massime considerate nel progetto, otterremmo circa 2.063 euro per ora.

Ma questo numero deve essere interpretato con attenzione. Non significa che il Piemonte paghi 2.063 euro per ogni ora di volo effettivamente effettuata. Si tratta semplicemente del rapporto matematico tra il valore complessivo del servizio e il monte ore previsto dal progetto.

Nel contratto sono infatti comprese anche la disponibilità continuativa, le basi, il personale, la manutenzione, la logistica e gli altri obblighi necessari a garantire il servizio.

Ed è proprio qui che il concetto di “costo orario” comincia a mostrare tutti i suoi limiti.


Il vero costo nascosto: la disponibilità

Probabilmente è questo il dato più importante dell’intera analisi.

La Regione Piemonte prevede tre basi operative principali: Piemonte Centro, Piemonte Sud e Piemonte Nord. Il progetto richiede infrastrutture, ricoveri, manutenzione, supporto logistico e sistemi di rifornimento. Ogni base deve disporre, tra le altre cose, di capacità di stoccaggio di carburante aeronautico e di mezzi per il trasporto del carburante.

Sono inoltre richiesti almeno 12 piloti e almeno 12 task specialist, con specifici requisiti professionali.

Tutto questo significa che il sistema deve essere pronto anche quando l’elicottero non vola.

Ed è proprio questa disponibilità che permette alla Regione di garantire che, quando serve, il mezzo possa decollare.

Se invece si acquistasse semplicemente un certo numero di ore di volo senza una struttura permanente, si avrebbe probabilmente un prezzo più basso sulla carta, ma anche una capacità di risposta completamente diversa.

La domanda, quindi, non è soltanto “quanto costa far volare un elicottero?”, ma anche “quanto costa avere un elicottero pronto a partire quando ne abbiamo bisogno?”.


Quanto costa davvero un elicottero regionale?

La stessa Regione Piemonte, nel documento tecnico del nuovo servizio, ha confrontato i propri costi con quelli di altre gare regionali. Il confronto mostra valori molto diversi: circa 1.589 euro per ora in Abruzzo, 10.906 euro in Campania, 3.393 euro in Lombardia e circa 2.947 euro per il contratto piemontese precedente, rivalutato.

A prima vista sembrerebbe quasi di trovarsi davanti a servizi completamente diversi. Ed è proprio così.

Questi valori sono contrattuali e vengono ottenuti dividendo l’importo complessivo per le ore previste. Non sono quindi direttamente comparabili come tariffe pure, perché cambiano il numero di mezzi, le giornate di disponibilità, le basi, le ore garantite e le modalità di impiego.

La stessa Regione Piemonte avverte espressamente che il confronto non è omogeneo.

Non significa quindi che un elicottero piemontese costi sempre 2.000-3.000 euro all’ora mentre uno campano ne costi 10.000. Significa che i contratti sono costruiti in modo diverso e che dietro quella cifra ci sono servizi differenti.


E l’Erickson S-64F?

Qui entriamo in una categoria completamente diversa.

L’Erickson S-64F Air Crane, conosciuto in Italia anche attraverso gli esemplari dei Vigili del Fuoco, è un elicottero pesante progettato per trasportare grandi quantità di acqua direttamente sul teatro dell’incendio. La sua capacità arriva a circa 9.000 litri per lancio.

Per la campagna AIB 2026 lo Stato dispone di quattro Erickson S-64F, insieme a 15 Canadair CL-415. Non si tratta quindi di un mezzo “regionale” come quelli impiegati nel servizio piemontese, ma di una componente della flotta nazionale coordinata nell’ambito del dispositivo statale.

Anche in questo caso, però, bisogna evitare di confrontare semplicemente una tariffa oraria con quella di un elicottero più piccolo.

Un S-64 può portare quasi 9.000 litri in un singolo sgancio. Un elicottero AIB regionale leggero può avere una capacità dell’ordine di alcune centinaia o poco più di mille litri, a seconda del modello e della configurazione.

La differenza di produttività può quindi essere enorme.


Il confronto con il Canadair

Il CL-415 porta circa 6.000 litri d’acqua e possiede una caratteristica che nessun elicottero può replicare allo stesso modo: può effettuare il rifornimento direttamente da una superficie d’acqua durante il volo operativo.

Questo cambia completamente l’economia della missione.

Il Canadair può raggiungere l’incendio, effettuare lo sgancio, raggiungere un lago o il mare, effettuare il pescaggio dinamico, tornare sul fuoco e ripetere il ciclo. Non deve quindi necessariamente rientrare alla base per ogni rifornimento.

Il Piemonte, nel progettare il proprio servizio elicotteristico, considera invece fondamentale la distanza dalle basi. Oltre circa 35 km in linea d’aria, il tempo perso per il rifornimento può diventare significativo e può rendersi necessario un supporto logistico con autocisterna.

Questa differenza è decisiva perché il tempo trascorso in volo non coincide necessariamente con il tempo effettivamente dedicato allo spegnimento. Un mezzo che può rifornirsi rapidamente e vicino al teatro dell’incendio può effettuare molti più lanci nello stesso intervallo di tempo rispetto a un mezzo costretto a percorrere lunghe distanze per fare rifornimento.


Il costo per litro d’acqua è più interessante del costo per ora

Se vogliamo davvero confrontare i mezzi, forse la domanda corretta non è “quanto costa un’ora di volo?”, ma “quanta capacità antincendio ottengo per ogni euro speso?”.

Facciamo un esempio puramente indicativo. Supponiamo di confrontare un Canadair con circa 6.000 litri di capacità, un S-64F con circa 9.000 litri e un elicottero regionale con una capacità ipotetica di 1.000 litri.

Se, soltanto per costruire un esempio teorico, immaginassimo quattro lanci in un’ora, avremmo 4.000 litri per l’elicottero regionale, 24.000 litri per il Canadair e 36.000 litri per l’S-64F.

Ma questa tabella non rappresenta una missione reale.

I tempi di pescaggio, la distanza dall’acqua, la distanza dall’incendio, le condizioni meteorologiche, la morfologia del territorio e la necessità di cambiare settore di intervento possono modificare radicalmente il numero di lanci effettuabili.

Ed è proprio qui che il semplice “costo orario” smette di essere sufficiente.

Un mezzo può costare meno per ogni ora di disponibilità, ma risultare meno produttivo se trascorre una parte significativa di quell’ora in trasferimento o nelle operazioni di rifornimento. Al contrario, un mezzo più costoso può diventare economicamente più efficiente se riesce a scaricare una quantità molto maggiore d’acqua nello stesso periodo.


Il paradosso dell’elicottero economico

Un elicottero regionale può costare molto meno di un Canadair. Ma questo non significa automaticamente che sia la soluzione più economica.

Se deve raggiungere l’incendio da una base distante, tornare frequentemente al punto di rifornimento, trasportare meno acqua, effettuare più cicli e operare in presenza di vento e turbolenza, il suo vantaggio economico può ridursi rapidamente.

Al contrario, un mezzo costoso ma molto produttivo può risultare economicamente vantaggioso se riesce a effettuare numerosi lanci consecutivi.

È un principio abbastanza intuitivo: un camion da 3,5 tonnellate non è automaticamente più conveniente di un camion da 30 tonnellate soltanto perché consuma meno carburante. Bisogna guardare quanto lavoro riesce a fare nello stesso intervallo di tempo.

Nel caso dell’antincendio aereo, questo significa valutare quanta acqua viene effettivamente portata sul fuoco, con quale frequenza e in quanto tempo.


Il vantaggio del Canadair non è soltanto la quantità d’acqua

C’è poi una caratteristica operativa che viene spesso ignorata.

Il Canadair è un aereo. Questo significa velocità di trasferimento elevata e possibilità di coprire rapidamente distanze considerevoli. Ma significa anche che è vincolato dalla necessità di operare in condizioni compatibili con il volo radente e con il pescaggio.

L’S-64, al contrario, è più lento ma possiede una capacità di precisione e di permanenza sul teatro completamente diversa. Può effettuare sganci estremamente mirati e operare in contesti montani nei quali il Canadair può incontrare maggiori limitazioni.

Gli elicotteri regionali giocano ancora un’altra partita. Sono mezzi più piccoli e più agili, spesso disponibili molto vicino al territorio interessato e capaci di lavorare in prossimità del fronte.

Non esiste quindi un “miglior mezzo” in assoluto.

Esiste il mezzo più adatto a quella particolare fase dell’incendio.


La vera forza è la combinazione

Il sistema italiano è stato costruito proprio su questa logica.

La sequenza prevista è sostanzialmente quella che parte dalle squadre a terra, passa attraverso gli elicotteri regionali e, quando necessario, arriva alla flotta aerea dello Stato.

Il Dipartimento della Protezione Civile chiarisce che le squadre di terra coordinate dalle Regioni costituiscono il primo livello. Quando non sono sufficienti possono essere impiegati gli elicotteri regionali e, se anche questi non bastano, viene richiesto attraverso il sistema COAU l’intervento della flotta statale.

Questo modello non nasce soltanto da una gerarchia di costi, ma dalla diversa funzione dei mezzi.

Un elicottero regionale può arrivare rapidamente e operare vicino al territorio. Un Canadair può garantire una grande quantità di acqua in successione, sfruttando la possibilità di effettuare il rifornimento dinamico. Un S-64 può combinare una capacità di carico enorme con una notevole precisione sul bersaglio. Le squadre terrestri, invece, possono effettuare contenimento, bonifica e attacco diretto.

Il sistema funziona proprio perché queste capacità sono complementari.


Il caso Piemonte è particolarmente interessante

Il Piemonte rappresenta un esempio quasi perfetto di questa filosofia.

La Regione ha tre aree operative: Nord, Centro e Sud. La pianificazione non si limita a “mettere tre elicotteri sul territorio”, ma cerca di posizionarli in modo da ridurre il tempo necessario per arrivare sull’incendio e per effettuare i rifornimenti.

Il nuovo progetto prevede inoltre un elicottero in pronta partenza nell’area Centro durante tutto l’anno e una disponibilità stagionale differenziata nelle aree Nord e Sud.

La stessa Regione afferma esplicitamente che la calibrazione dello schieramento mira a trovare un equilibrio fra costi ed efficacia, concentrando la disponibilità nei periodi di maggiore rischio.

Ed è probabilmente questa la parte più importante dell’intera questione economica.

Il valore di un mezzo AIB non dipende soltanto da quanto costa, ma da dove si trova quando viene chiamato e da quanto tempo impiega per trasformare quella disponibilità in un intervento reale.


Quando un euro speso in volo può farne risparmiare molti altri

Esiste infatti un costo che raramente compare nelle tabelle dei mezzi aerei: il costo dell’incendio non spento.

Un incendio boschivo non produce soltanto un danno ambientale. Può provocare la perdita di patrimonio forestale, danni alle aziende agricole, distruzione di infrastrutture, evacuazioni, interruzioni stradali, danni alle abitazioni, costi sanitari, perdita di biodiversità e dissesto idrogeologico successivo all’incendio.

A tutto questo si aggiunge l’impiego prolungato di personale e mezzi terrestri, che possono rimanere impegnati per ore o giorni.

Per questo motivo non è corretto giudicare la convenienza di un Canadair o di un S-64 soltanto in base alla cifra riportata nella fattura.

La vera domanda dovrebbe essere un’altra: quanto costa non avere quel mezzo quando serve?

Un mezzo aereo che interviene nei primi minuti può contribuire a impedire che un incendio relativamente piccolo diventi un evento molto più complesso. In quest’ottica, il costo della disponibilità non dovrebbe essere considerato soltanto come una voce di spesa, ma anche come una forma di prevenzione del danno.


La domanda scomoda: stiamo comprando ore o capacità?

È qui che l’analisi diventa interessante anche dal punto di vista della spesa pubblica.

Se si acquistano 500 ore di elicottero, il parametro apparentemente più semplice è il rapporto euro/ora di volo. Ma se l’obiettivo è fermare un incendio, il parametro più significativo potrebbe essere euro per capacità di spegnimento realmente disponibile.

E ancora meglio: euro per superficie salvata oppure euro per tempo necessario a contenere il fronte.

Sono indicatori molto più difficili da calcolare, ma sarebbero anche molto più utili per valutare l’efficienza reale del sistema.

Un mezzo da 10.000 euro l’ora potrebbe essere economicamente più efficiente di uno da 2.000 euro se riesce a ottenere lo stesso risultato in un quinto del tempo.

È una differenza fondamentale, perché la spesa pubblica non dovrebbe essere valutata soltanto in funzione del prezzo del singolo servizio, ma del risultato che quel servizio permette di ottenere.


Ecco perché il confronto “Canadair contro elicottero” è sbagliato

Il Canadair non dovrebbe essere considerato semplicemente un elicottero più costoso. E l’S-64 non dovrebbe essere considerato semplicemente un Canadair che vola più lentamente.

Sono strumenti differenti, progettati per rispondere a esigenze differenti.

L’elicottero regionale ha come principali punti di forza la vicinanza al territorio, la rapidità di attivazione, la grande manovrabilità, la possibilità di operare in aree ristrette e l’utilità anche per altre attività di protezione civile. Il suo limite principale è rappresentato dalla minore capacità d’acqua e dalla maggiore dipendenza dalla logistica di rifornimento, soprattutto quando la distanza tra base, fonte d’acqua e incendio aumenta.

Il Canadair CL-415 dispone invece di una grande capacità d’acqua, di una velocità elevata e della possibilità di effettuare il rifornimento dinamico da mare o lago. Quando esiste una fonte d’acqua idonea nelle vicinanze, questa caratteristica può garantire una produttività molto elevata. Allo stesso tempo, il mezzo dipende da condizioni operative compatibili con il pescaggio, necessita di infrastrutture aeroportuali e non può operare come un elicottero in determinate situazioni morfologiche.

L’Erickson S-64F rappresenta ancora un’altra categoria. Circa 9.000 litri per lancio, estrema precisione e possibilità di operare direttamente sul teatro dell’incendio ne fanno uno strumento particolarmente efficace nel contrasto di fronti difficili. D’altra parte, i costi sono elevati, la flotta è molto più piccola e sono necessari equipaggi e manutentori altamente specializzati. Soprattutto, l’S-64 non sostituisce la funzione del Canadair.

Non si tratta quindi di scegliere quale mezzo sia “migliore”. Si tratta di capire quale combinazione di mezzi sia più efficace per quella determinata situazione.


Quanto costa quindi un’ora?

La risposta più corretta è semplice: dipende dal contratto e da cosa viene incluso nel prezzo.

Per gli elicotteri regionali piemontesi possiamo ricavare dai documenti ufficiali un ordine di grandezza contrattuale di circa 2.000-3.000 euro per ora, se si rapportano i valori complessivi ai monte-ore previsti.

Per il Canadair esistono valori storici molto differenti, da alcune migliaia di euro fino alle cifre di circa 10-15 mila euro all’ora frequentemente riportate nel dibattito pubblico, a seconda di come vengono contabilizzati i costi e delle condizioni contrattuali.

Per l’S-64F vengono riportati valori nell’ordine di circa 9.000-10.000 euro all’ora in alcune fonti italiane, ma anche in questo caso il dato deve essere interpretato come indicativo e non come una tariffa universale applicabile a ogni missione.

La conclusione, quindi, non è che il Canadair sia “troppo caro”. E neppure che l’elicottero regionale sia semplicemente “economico”.

La conclusione è molto più interessante: il costo orario, preso da solo, dice poco sull’efficienza di un mezzo AIB.


Il parametro che dovremmo iniziare a pubblicare

Se si volesse rendere davvero trasparente la spesa pubblica per l’antincendio aereo, ogni stagione AIB dovrebbe pubblicare una serie di dati molto più completa rispetto al semplice costo orario.

Dovremmo sapere quanto costa mantenere il mezzo disponibile anche quando non vola, quanto viene effettivamente pagato per ogni ora operativa, quanti lanci vengono effettuati e quanti litri d’acqua vengono realmente sganciati sul fuoco.

Sarebbe inoltre importante conoscere il tempo medio tra due lanci, la distanza media dal punto di rifornimento e il tempo medio di intervento, dal momento della richiesta fino al primo sgancio.

A questi dati dovrebbe essere aggiunto almeno un indicatore economico realmente significativo, come il costo per 1.000 litri d’acqua sganciati. Ancora più interessante sarebbe conoscere il costo per ora di incendio contenuto e, soprattutto, il costo complessivo dell’intervento, considerando insieme mezzi aerei, personale, mezzi terrestri e logistica.

Solo mettendo insieme questi elementi sarebbe possibile rispondere in modo serio alla domanda: quale mezzo conviene di più?


La conclusione: non dobbiamo cercare il mezzo più economico

Dobbiamo cercare il sistema più efficace per euro investito.

Un elicottero regionale da qualche migliaio di euro all’ora può rappresentare un investimento straordinariamente efficace se permette di intervenire nei primi minuti di un incendio, quando il fronte è ancora relativamente contenuto.

Un Canadair può sembrare molto costoso, ma quando un fronte sta diventando incontrollabile la sua capacità di scaricare migliaia di litri e ripetere rapidamente i cicli di pescaggio può avere un valore operativo enorme.

Un Erickson S-64F può costare ancora di più, ma nove tonnellate d’acqua per lancio e la capacità di lavorare con grande precisione possono trasformarlo nello strumento decisivo su un fronte particolarmente difficile.

La vera inefficienza non è necessariamente spendere 10.000 euro per un’ora di volo.

La vera inefficienza può essere spendere 2.000 euro per un mezzo che arriva troppo tardi, oppure non avere quel mezzo quando l’incendio è ancora piccolo.

Ed è probabilmente questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi il prossimo dibattito sull’antincendio boschivo italiano.

Non dovremmo limitarci a chiedere:

“Quanto costa un Canadair?”

La domanda più importante dovrebbe essere:

“Quanto costa un sistema AIB capace di fermare un incendio prima che diventi un’emergenza?”


Fonti principali

Dipartimento della Protezione Civile – Campagna AIB 2026: flotta nazionale composta, nel periodo di massima attenzione, da 15 Canadair CL-415 e 4 Erickson S-64F.

Regione Piemonte – relazione tecnica sul servizio AIB a mezzo elicotteri 2026-2028.

Regione Piemonte – dati storici sull’impiego degli elicotteri AIB 2020-2024.

Regione Piemonte – informazioni istituzionali sul sistema regionale e sul coordinamento con la flotta statale.

Senato della Repubblica – documentazione parlamentare sulla gara nazionale Canadair da 479,17 milioni di euro e sui successivi sviluppi giudiziari.

Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco – caratteristiche operative degli Erickson S-64F, con capacità fino a 9.000 litri d’acqua.

Nota metodologica: i costi riportati non sono tutti omogenei. Alcuni sono valori contrattuali complessivi rapportati al monte ore, altri sono stime o valori orari riportati da fonti istituzionali o giornalistiche. Non devono quindi essere interpretati come un unico listino nazionale “euro/ora”. Per un confronto rigoroso bisognerebbe disporre, per ciascun mezzo, del costo totale del servizio, delle ore effettivamente volate, dei lanci effettuati e dei litri realmente sganciati.

continua a leggere
20 Agosto 2026

Quando le parole perdono peso

Parte II – Il linguaggio come arma: narcisismo, manipolazione e violenza invisibile

Nella prima parte abbiamo analizzato come il linguaggio sia molto più di un semplice mezzo per comunicare. Le parole sono strumenti attraverso i quali interpretiamo la realtà, definiamo le nostre emozioni e costruiamo la nostra identità.

Ma proprio perché le parole hanno questo enorme potere, possono anche diventare strumenti di controllo.

Una frase può rassicurare una persona nel momento più difficile della sua vita.

Una frase può invece distruggerne lentamente la sicurezza interiore.

La differenza non sta soltanto nelle parole utilizzate.

Sta nell’intenzione, nella frequenza e nel contesto in cui vengono pronunciate.

Una critica occasionale può essere utile.

Una svalutazione continua può diventare una forma di violenza psicologica.

Un confronto può migliorare una relazione.

Un linguaggio manipolatorio può trasformarla in un rapporto basato sulla paura e sul senso di colpa.

Ed è proprio qui che nasce uno dei grandi problemi della comunicazione moderna: molte persone utilizzano parole psicologiche senza conoscerne realmente il significato, mentre altre imparano a sfruttarne il potere per ottenere controllo sugli altri.


L’epoca delle etichette psicologiche

Negli ultimi anni il linguaggio della psicologia è entrato prepotentemente nella vita quotidiana.

Termini che un tempo appartenevano quasi esclusivamente agli studi clinici oggi sono diventati parole comuni.

“Narcisista”.

“Tossico”.

“Manipolatore”.

“Traumatizzato”.

“Bipolare”.

“Depresso”.

“Autistico”.

Sono parole importanti, che descrivono condizioni reali e complesse.

Il problema nasce quando vengono utilizzate come semplici insulti o etichette per giudicare rapidamente una persona.

Un partner che non risponde a un messaggio non è automaticamente un manipolatore.

Una persona egoista non è necessariamente affetta da narcisismo patologico.

Una giornata difficile non equivale a depressione.

Una reazione emotiva intensa non significa automaticamente instabilità psicologica.

Quando banalizziamo questi termini, commettiamo due errori.

Il primo è quello di semplificare eccessivamente la complessità umana.

Il secondo è quello di trasformare strumenti di comprensione in armi di giudizio.

La psicologia nasce per aiutare a comprendere le persone.

Non per creare nuove categorie attraverso cui condannarle.


Il narcisismo nell’era digitale

Il termine narcisismo deriva dal mito greco di Narciso, il giovane che si innamorò della propria immagine riflessa nell’acqua.

Ma il significato psicologico del narcisismo è molto più complesso.

Una certa dose di narcisismo è normale e persino necessaria: avere autostima, prendersi cura di sé e desiderare riconoscimento fanno parte di un funzionamento sano.

Il problema nasce quando il bisogno di conferma diventa dominante e l’immagine esterna sostituisce completamente la dimensione interiore.

Ed è qui che il mondo digitale ha introdotto un cambiamento profondo.

I social network hanno creato un ambiente nel quale ogni persona può costruire una rappresentazione pubblica di sé.

Possiamo scegliere cosa mostrare.

Possiamo eliminare ciò che non ci piace.

Possiamo modificare fotografie.

Possiamo mostrare soltanto successi, viaggi, momenti felici.

Si crea così una distanza sempre maggiore tra la persona reale e il personaggio digitale.

Il rischio è che, lentamente, alcune persone inizino a misurare il proprio valore attraverso la reazione degli altri.

Quanti like ho ricevuto?

Quante persone hanno commentato?

Quanto sono stato visto?

Quanto sono stato approvato?

Il riconoscimento esterno diventa una forma di nutrimento emotivo.

Ma un’identità costruita esclusivamente sul giudizio degli altri è estremamente fragile.

Perché basta una critica per metterla in crisi.


L’algoritmo che premia l’emozione, non la verità

Uno degli aspetti più importanti da comprendere riguarda il funzionamento delle piattaforme digitali.

Gli algoritmi non sono progettati per insegnare, educare o rendere le persone più consapevoli.

Sono progettati principalmente per mantenere l’attenzione.

Più tempo una persona rimane collegata, più aumenta la possibilità di interagire con contenuti pubblicitari e servizi.

Per questo motivo vengono spesso privilegiati contenuti capaci di generare reazioni forti.

Rabbia.

Indignazione.

Paura.

Sorpresa.

Divisione.

Un ragionamento complesso difficilmente compete con una frase provocatoria.

Un’analisi equilibrata raramente raggiunge la stessa diffusione di un’accusa estrema.

Così il linguaggio digitale tende naturalmente verso la semplificazione.

Non conta più spiegare.

Conta colpire.

Non conta più argomentare.

Conta ottenere una reazione.

E questo modifica lentamente anche il modo in cui le persone comunicano nella vita reale.


Quando la parola diventa una forma di violenza

Esiste un tipo di violenza che spesso viene sottovalutato perché non lascia segni visibili.

È la violenza psicologica.

Non sempre arriva attraverso urla o insulti.

A volte arriva attraverso frasi apparentemente normali, ripetute nel tempo.

“Se mi volessi bene, lo faresti.”

“Con tutto quello che ho fatto per te…”

“Sei sempre il solito.”

“Non sei capace di fare niente.”

“Stai esagerando.”

“Te lo sei inventato.”

“Nessuno ti capirebbe come ti capisco io.”

Singolarmente alcune di queste frasi potrebbero sembrare semplici momenti di rabbia o frustrazione.

Il problema nasce quando diventano un modello comunicativo costante.

Quando una persona viene continuamente portata a dubitare di sé.

Quando ogni problema viene ribaltato su di lei.

Quando ogni discussione termina con la convinzione di essere sempre colpevole.

Le parole, in questi casi, diventano strumenti di erosione dell’autostima.

Non distruggono in un giorno.

Consumano lentamente.


Il gaslighting: quando qualcuno modifica la tua realtà

Uno dei concetti psicologici più discussi negli ultimi anni è il gaslighting.

Il termine deriva dal film del 1944 Gaslight, nel quale un uomo manipola gradualmente la percezione della realtà della moglie, portandola a dubitare dei propri sensi e della propria memoria.

Nella vita reale il gaslighting consiste in una serie di comportamenti attraverso cui una persona cerca di far dubitare un’altra delle proprie percezioni.

Frasi tipiche possono essere:

“Non è mai successo.”

“Ti ricordi male.”

“Sei troppo sensibile.”

“Ti fai problemi per niente.”

“Sei tu che interpreti tutto male.”

Ancora una volta è fondamentale fare attenzione: non ogni dimenticanza o ogni discussione rappresenta gaslighting. Gli esseri umani possono sbagliare, ricordare male o avere percezioni diverse.

La manipolazione emerge quando questo schema diventa sistematico e viene utilizzato per negare continuamente l’esperienza dell’altro.

Il risultato può essere devastante.

La persona manipolata può arrivare a non fidarsi più del proprio giudizio.


Le parole come ricatto emotivo

Il ricatto emotivo è una delle forme più comuni di manipolazione attraverso il linguaggio.

Si basa su un principio semplice:

creare paura, colpa o obbligo per ottenere un comportamento desiderato.

“Se fai questa cosa significa che non mi ami.”

“Se mi lasci, rovini tutto.”

“Dopo tutto quello che ho fatto per te…”

“Vedrai cosa succederà se non fai come dico.”

La persona non sceglie più liberamente.

Agisce per evitare una conseguenza emotiva negativa.

Il rapporto non è più basato sulla fiducia.

È basato sulla pressione.

E spesso chi utilizza queste modalità non sempre è pienamente consapevole del meccanismo che sta mettendo in atto.

Molti comportamenti vengono appresi dall’ambiente familiare, dalle esperienze passate o dai modelli relazionali osservati durante la crescita.


La normalizzazione dell’aggressività verbale

Un altro fenomeno preoccupante riguarda il modo in cui abbiamo normalizzato alcune forme di comunicazione aggressiva.

Sui social è comune assistere a:

insulti verso sconosciuti;

umiliazioni pubbliche;

commenti pieni di odio;

attacchi personali invece di discussioni sulle idee.

Dietro uno schermo molte persone dimenticano che dall’altra parte esiste un essere umano.

La distanza digitale riduce l’empatia.

Il volto dell’altro scompare.

Rimane soltanto un’opinione da attaccare.

Questo fenomeno viene definito effetto di disinibizione online: alcune persone si comportano in rete in modi che difficilmente adotterebbero in una conversazione faccia a faccia.

La tastiera diventa una barriera dietro cui nascondere aggressività, frustrazione e rabbia.


Recuperare il peso delle parole

Le parole non sono innocue.

Ogni frase modifica qualcosa nella persona che la riceve.

Possiamo dimenticare un’immagine.

Possiamo dimenticare un luogo.

Ma alcune frasi rimangono impresse per anni.

Una frase detta da un genitore.

Una frase detta da un insegnante.

Una frase detta dalla persona amata.

Possono diventare parte del modo in cui una persona vede sé stessa.

Per questo il problema del linguaggio superficiale non è soltanto culturale.

È un problema di salute emotiva collettiva.

Una società che perde la capacità di usare bene le parole diventa più vulnerabile alla manipolazione, al conflitto e alla perdita di empatia.

Nella terza parte affronteremo la strada opposta: come recuperare il valore del linguaggio, perché leggere significa allenare la mente, come educare nuovamente all’ascolto e perché una parola scelta con consapevolezza può diventare uno strumento di cura invece che un’arma.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

continua a leggere
16 Agosto 2026
Piromani: Chi sono davvero e perchè appiccano il fuoco?

by Alessia Giovanola

” Quando si parla di incendi dolosi, una delle parole che ricorre più frequentemente è “piromane”.

Ma è una definizione che utilizziamo spesso in maniera impropria.

Non tutte le persone che appiccano un incendio sono piromani. E, soprattutto, non tutti gli incendi dolosi nascono dalla stessa motivazione.

Dietro un incendio possono esserci il denaro, la vendetta, la rabbia, il vandalismo, il desiderio di attirare l’attenzione, l’occultamento di un altro reato, una motivazione ideologica oppure una condizione psicopatologica.

La piromania rappresenta invece una condizione molto più specifica e rara, caratterizzata dalla presenza ricorrente di impulsi ad appiccare intenzionalmente il fuoco, da una crescente tensione prima dell’atto e da piacere, gratificazione o sollievo dopo averlo provocato.

In questo caso il fuoco non è semplicemente uno strumento per raggiungere un obiettivo.

È il comportamento stesso a diventare il centro dell’impulso.

NON ESISTE UN SOLO “PROFILO DEL PIROMANE”

La ricerca criminologica e psichiatrica mostra che gli incendiari costituiscono una popolazione estremamente eterogenea.

Ci sono persone che incendiano per ottenere un vantaggio economico.

Altre che utilizzano il fuoco come forma di vendetta.

Altre ancora che cercano eccitazione, attenzione o riconoscimento.

In alcuni casi il fuoco viene utilizzato per cancellare le tracce di un altro crimine.

In altri può essere collegato a disturbi psichiatrici, uso di sostanze, comportamenti antisociali o condizioni psicotiche.

E poi esiste la piromania propriamente detta.

Confondere tutte queste situazioni significa perdere una parte fondamentale della comprensione del fenomeno.

PERCHÉ IL FUOCO?

Il fuoco possiede caratteristiche psicologicamente particolari.

È immediato.

È visibile.

È distruttivo.

Produce una risposta dell’ambiente.

Richiama persone, mezzi di soccorso, forze dell’ordine e attenzione.

Per alcune persone può rappresentare una forma di controllo: provocare un evento enorme attraverso un gesto apparentemente semplice.

Per altre può essere una fonte di eccitazione.

Per altre ancora può diventare un mezzo per esprimere rabbia o vendetta.

Nella piromania, invece, la fascinazione per il fuoco e l’impulso a provocarlo assumono un ruolo centrale.

Gli studi hanno infatti evidenziato una relazione tra interesse per il fuoco e maggiore gravità e persistenza del comportamento incendiario, soprattutto nei giovani.

L’ETÀ CONTA

Il comportamento incendiario può comparire anche nell’infanzia e nell’adolescenza.

Ma un bambino che gioca con il fuoco non è automaticamente un piromane.

Nei più giovani possono intervenire curiosità, noia, ricerca di sensazioni, pressione dei coetanei, impulsività, difficoltà familiari, problemi comportamentali o disturbi come ADHD e disturbo della condotta.

Nell’adolescenza il comportamento può diventare particolarmente significativo perché può rappresentare uno dei segnali di un quadro comportamentale più ampio.

La letteratura individua una maggiore presenza del fenomeno nei maschi e, in particolare, una maggiore frequenza del firesetting nella prima adolescenza.

Ma anche in questo caso non esiste una “età del piromane”.

Il fenomeno può presentarsi in fasi diverse della vita e con motivazioni completamente differenti.

TRAUMA E ABUSI: UN FATTORE, NON UNA SENTENZA

Tra gli elementi associati al firesetting giovanile troviamo anche esperienze di abuso, maltrattamento, instabilità familiare e altre forme di disagio.

Questo non significa che una persona traumatizzata diventerà un incendiario.

Significa piuttosto che alcune esperienze possono aumentare la vulnerabilità quando interagiscono con altri fattori: impulsività, difficoltà relazionali, aggressività, uso di sostanze, disturbi comportamentali e ambiente sociale.

La differenza è fondamentale.

Non esiste un singolo evento capace di “creare” un piromane.

Esiste piuttosto una combinazione di fattori individuali, psicologici, familiari e ambientali.

RABBIA, VENDETTA E PIROMANIA NON SONO LA STESSA COSA

Una persona che incendia un’auto perché vuole punire il proprietario sta utilizzando il fuoco come strumento.

Una persona che incendia un’attività commerciale per ottenere un vantaggio economico sta utilizzando il fuoco come strumento.

Una persona che incendia un luogo per cancellare le prove di un altro reato sta utilizzando il fuoco come strumento.

Nella piromania, invece, il fuoco e l’atto di provocarlo assumono una funzione psicologica differente.

Questa distinzione è fondamentale anche per chi deve analizzare un incendio.

Perché capire “chi ha appiccato il fuoco” non è necessariamente sufficiente.

Bisogna comprendere anche:

perché?

IL PARADOSSO DEL “SALVATORE”

Esiste inoltre una dinamica particolarmente interessante e delicata: quella della persona che provoca un incendio e successivamente cerca di assumere un ruolo centrale nella sua gestione.

In letteratura sono stati descritti soggetti che ricercano attenzione, riconoscimento o gratificazione attraverso l’evento incendiario e possono arrivare a desiderare il ruolo dell’eroe che interviene per risolvere il problema.

È un fenomeno che, soprattutto nel mondo del soccorso, merita attenzione.

Non perché chiunque mostri interesse per gli incendi debba essere considerato sospetto.

Ma perché, quando determinati comportamenti diventano ricorrenti e si combinano con altri segnali, possono assumere un significato diverso.

COSA PUÒ NASCONDERSI DIETRO UN INCENDIO?

Dietro lo stesso gesto possono esserci:

• curiosità;

• noia;

• ricerca di eccitazione;

• impulsività;

• rabbia;

• vendetta;

• desiderio di attenzione;

• pressione del gruppo;

• vantaggio economico;

• occultamento di un altro reato;

• ideologia;

• abuso di sostanze;

• disturbi della condotta;

• disturbi della personalità;

• psicosi o deliri;

• oppure una vera e propria piromania.

Ed è proprio questa varietà a rendere il fenomeno così complesso.

IL PUNTO PIÙ IMPORTANTE

Un incendio doloso non racconta soltanto ciò che è successo.

In alcuni casi racconta qualcosa della persona che lo ha provocato.

Il modo in cui sceglie il bersaglio, la motivazione, la frequenza degli episodi, il rapporto con il fuoco, il comportamento prima e dopo l’incendio, la ricerca di attenzione, la presenza di rabbia, l’eventuale uso di sostanze e la storia personale possono contribuire a costruire un quadro molto più significativo del semplice fatto che “ha appiccato un incendio”.

Per questo parlare genericamente di “piromani” rischia di essere riduttivo.

La prevenzione passa anche dalla capacità di riconoscere che dietro lo stesso comportamento possono esistere persone e motivazioni completamente diverse.

E, soprattutto nel caso dei minori, riconoscere precocemente il problema può significare intervenire prima che il comportamento diventi più grave.

Perché il fuoco può essere il mezzo.

Ma, in alcuni casi, il vero incendio è quello che sta già bruciando dentro la persona.

continua a leggere
12 Agosto 2026