Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

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TEMI e PROGETTI

Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

Consiglio e Soci fondatori

L'associazione è nata nel 2017 dall'iniziativa di Maria Grazia Santini che ha raccolto intorno a sé amici professionisti e non che ha conosciuto e apprezzato lavorando nel settore della Sicurezza.

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NEWS

Contributi, aggiornamenti sulle nostre attività, segnalazioni, stato dell'arte dei progetti che stiamo seguendo e molto altro ancora

Quando qualcuno dice “non ce la faccio più”, non liquidiamolo con “passerà”

Settembre è il mese in cui si torna a parlare con particolare attenzione di prevenzione del suicidio. È un tema difficile, che spesso mette a disagio, ma proprio per questo non può essere lasciato nel silenzio. Perché dietro i numeri ci sono persone, famiglie, amici, colleghi e comunità che ogni giorno si confrontano con una sofferenza che non sempre riescono a vedere o comprendere.

In Italia, dopo oltre un decennio di diminuzione, i decessi per suicidio hanno ripreso ad aumentare tra il 2020 e il 2021 e l’incremento è stato particolarmente evidente tra i più giovani. Nel 2022 sono stati registrati 3.874 decessi per suicidio, 13,6% dei quali riguardava persone tra i 15 e i 34 anni. Sono numeri che non possono lasciarci indifferenti.

Ma parlare di suicidio non significa parlare soltanto di numeri. Significa parlare di persone che, in un determinato momento della loro vita, possono arrivare a percepire il dolore come qualcosa di impossibile da sopportare.

E quel dolore può avere moltissimi volti.

Può essere quello di un ragazzo perseguitato dal bullismo, che ogni giorno entra a scuola con la paura di quello che troverà. Può essere quello di una persona continuamente umiliata sui social, oppure vittima di cyberbullismo. Può essere quello di chi subisce la diffusione non consensuale di immagini intime e si ritrova improvvisamente esposto, minacciato e giudicato. Può essere quello di chi perde il lavoro, di chi non riesce più a sostenere una situazione economica, di chi vive una separazione, una perdita, una solitudine profonda o semplicemente la sensazione di non essere più necessario a nessuno.

Sono situazioni diverse, ma possono produrre la stessa terribile sensazione: essere rimasti soli davanti a qualcosa che sembra più grande di noi.

Ed è proprio qui che dobbiamo imparare ad ascoltare.

Quando qualcuno dice “non ce la faccio più”, non sappiamo necessariamente cosa ci sia dietro quelle parole. Potrebbe essere uno sfogo, ma potrebbe anche essere una richiesta d’aiuto. Quando una persona ci dice che non vede più una soluzione, non dovremmo rispondere con “passerà”, “devi essere forte” o “c’è chi sta peggio”. Anche se pronunciate con le migliori intenzioni, certe frasi possono far sentire ancora più soli.

Non dobbiamo avere la soluzione. Dobbiamo avere la disponibilità ad ascoltare.

A volte aiutare significa semplicemente sedersi accanto a qualcuno, lasciare che parli senza interromperlo e senza giudicarlo. Significa chiedere “come stai davvero?” e avere la pazienza di ascoltare la risposta. Significa non vergognarsi di dire “non so come aiutarti, ma non ti lascio solo”.

E significa anche sapere quando è il momento di coinvolgere qualcuno che possa intervenire concretamente.

ANCHE LE FORZE DELL’ORDINE POSSONO ESSERE PARTE DELLA RETE DI AIUTO

Quando pensiamo alle forze dell’ordine, siamo abituati a immaginare interventi legati alla sicurezza, alla criminalità e alle emergenze. Esiste però un’altra dimensione del loro lavoro, meno raccontata ma altrettanto importante: entrare in contatto con persone che stanno attraversando un momento di estrema vulnerabilità.

Una pattuglia può arrivare quando qualcuno ha chiamato perché una persona è in pericolo. Può trovare davanti a sé qualcuno arrabbiato, disperato, spaventato o completamente chiuso in se stesso. In quei momenti non servono soltanto procedure e capacità operative. Servono calma, attenzione, capacità di comunicare e, soprattutto, la capacità di ascoltare.

Ascoltare non significa sostituirsi a uno psicologo o a un medico. Significa creare, in quei pochi minuti, uno spazio nel quale una persona possa sentirsi vista e considerata. Significa non trattare automaticamente la sofferenza come un problema da “gestire”, ma riconoscere che dall’altra parte c’è una persona che sta vivendo uno dei momenti più difficili della propria vita.

Le forze dell’ordine possono contribuire a mettere in sicurezza la situazione, mantenere il contatto con la persona, proteggere chi è coinvolto e attivare i soccorsi sanitari quando necessario. In un’emergenza, chiamare il 112 significa permettere alla rete di soccorso di intervenire e di portare quella persona verso l’aiuto di cui ha bisogno.

Ma forse c’è qualcosa di ancora più importante da ricordare: non dobbiamo aspettare che una situazione diventi drammatica per prendere sul serio la sofferenza.

La prevenzione comincia molto prima.

Comincia quando un insegnante decide di non ignorare un ragazzo che viene isolato. Quando un genitore ascolta senza giudicare. Quando un collega si accorge che qualcosa è cambiato. Quando un amico non liquida con una battuta una frase che lo ha preoccupato. Quando una vittima di revenge porn viene aiutata invece di essere accusata. Quando qualcuno trova il coraggio di dire “ho bisogno di aiuto” e dall’altra parte trova qualcuno disposto ad ascoltare.

Perché chiedere aiuto non è una debolezza.

A volte è il gesto più difficile che una persona riesca a compiere.

E forse dovremmo smettere di chiederci perché qualcuno non abbia avuto la forza di andare avanti e cominciare a chiederci quante volte, prima di arrivare a quel punto, abbia provato a chiedere aiuto senza sentirsi veramente ascoltato.

Non possiamo risolvere tutti i problemi. Non possiamo cancellare una violenza, un lutto, una perdita, una situazione economica difficile o anni di sofferenza. Possiamo però evitare che una persona debba affrontarli completamente da sola.

Possiamo ascoltare. Possiamo restare. Possiamo chiedere aiuto.

E quando necessario possiamo chiamare chi ha gli strumenti per intervenire.

Perché dietro ogni richiesta d’aiuto c’è una persona che, nonostante tutto, sta ancora cercando qualcuno a cui affidare una parte del proprio peso.

Prendiamoci il tempo per ascoltarla. Potrebbe essere molto più importante di quanto immaginiamo.

Se una persona è in pericolo immediato, non va lasciata sola: è necessario chiamare il 112 e seguire le indicazioni degli operatori dell’emergenza.

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13 Settembre 2026

Il mondo che ancora non sapeva

Ci sono date che dividono la storia in un prima e in un dopo. L’11 settembre 2001 è una di queste. Quando si parla di quel giorno, inevitabilmente tutto ciò che viene prima sembra appartenere a un’altra epoca. Si parla della nascita della guerra globale al terrorismo, delle nuove misure di sicurezza negli aeroporti, delle guerre in Afghanistan e Iraq, della trasformazione dei servizi di intelligence, dei controlli alle frontiere e di un senso di vulnerabilità che, da allora, non ha più completamente abbandonato l’Occidente.

Ma c’è un aspetto che rischia di essere dimenticato: il 2001 non era iniziato come l’anno dell’11 settembre. Era iniziato come un anno qualunque. E nei mesi precedenti a quel giorno erano successe molte cose che raccontavano un mondo diverso: un mondo che continuava a costruire, innovare, collaborare e guardare avanti.

Un nuovo secolo pieno di possibilità

Il 2001 era il primo vero anno del nuovo millennio. La sensazione dominante, almeno in una parte del mondo occidentale, era quella di trovarsi davanti a una fase di trasformazione tecnologica e sociale. Internet stava entrando rapidamente nella vita quotidiana. I telefoni cellulari stavano diventando sempre più comuni. Le informazioni iniziavano a viaggiare con una velocità impensabile soltanto pochi anni prima.

Il mondo sembrava diventare più piccolo.

Non era ancora il mondo dei social network, degli smartphone e della connessione permanente. Ma ne stavano comparendo i primi segnali. E c’era ancora una certa fiducia nella tecnologia come strumento capace di migliorare la vita delle persone.

Il 2001 e la cooperazione internazionale

Nei primi mesi dell’anno, la cooperazione internazionale continuava a essere considerata uno degli strumenti fondamentali per affrontare i problemi globali. L’idea che i Paesi potessero affrontare insieme questioni come ambiente, povertà, sviluppo, salute e sicurezza non era affatto tramontata. Anzi, il nuovo secolo sembrava offrire la possibilità di rafforzarla.

Il mondo non era pacifico e non lo sarebbe mai stato. Ma la risposta ai problemi internazionali non era ancora dominata, nell’immaginario collettivo occidentale, dalla necessità di combattere una minaccia terroristica globale.

La sicurezza esisteva già. Ma non occupava lo stesso spazio nella vita quotidiana.

La nascita di Wikipedia

Il 15 gennaio 2001 venne lanciata Wikipedia. Oggi può sembrare un dettaglio, ma rappresenta perfettamente il cambiamento tecnologico e culturale che stava iniziando.

L’idea era semplice e rivoluzionaria: costruire un’enciclopedia libera attraverso la collaborazione degli utenti. Non esistevano ancora Facebook, YouTube o Instagram. Non esisteva il mondo dei contenuti prodotti continuamente da miliardi di persone.

Eppure, qualcosa stava già cambiando. La conoscenza cominciava a diventare sempre più accessibile.

Una nuova era nello spazio

Nel febbraio 2001 la sonda NEAR Shoemaker raggiunse l’asteroide Eros, diventando la prima missione a entrare in orbita attorno a un asteroide. Era un risultato scientifico straordinario.

Mentre sulla Terra il nuovo secolo muoveva i primi passi, l’umanità continuava a spingersi oltre i propri confini. La ricerca spaziale rappresentava ancora una delle espressioni più evidenti della fiducia nella scienza, nella tecnologia e nella capacità umana di esplorare ciò che non conosciamo.

Il progetto del genoma umano

Nel febbraio 2001 vennero pubblicati i primi risultati completi della sequenza del genoma umano. Era uno dei più grandi progetti scientifici della storia.

La possibilità di comprendere meglio il DNA umano apriva prospettive enormi nella ricerca medica: conoscere le malattie, comprenderne i meccanismi, sviluppare nuove terapie e avvicinarsi a una medicina sempre più personalizzata.

Il messaggio era potente: il XXI secolo poteva essere anche il secolo della biologia e della medicina.

Un mondo che continuava a incontrarsi

Anche nello sport, nella cultura e nella vita quotidiana il mondo continuava a mescolarsi. Le competizioni internazionali, la musica, il cinema, i viaggi e la crescente diffusione delle comunicazioni globali stavano rendendo sempre più normale entrare in contatto con persone, culture e Paesi molto lontani.

La globalizzazione aveva naturalmente i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ma c’era una generazione che stava crescendo con un’idea sempre più naturale: il mondo poteva essere attraversato, conosciuto e condiviso.

L’Europa che si preparava a cambiare

Nel 2001 l’Unione Europea stava preparando uno dei cambiamenti più importanti della propria storia recente: l’introduzione dell’euro come moneta fisica, prevista per il 2002.

L’euro rappresentava qualcosa di più di una nuova valuta. Era il tentativo di trasformare l’integrazione europea in qualcosa di concretamente visibile nella vita quotidiana di milioni di persone. Un progetto nato dall’idea che Paesi che per secoli si erano combattuti potessero scegliere di condividere una parte della propria sovranità e costruire un futuro comune.

Non era un mondo migliore. Era semplicemente un mondo diverso.

Questo è forse il punto più importante.

Raccontare il 2001 prima dell’11 settembre non significa sostenere che il mondo fosse pacifico. Non lo era. C’erano guerre, terrorismo, disuguaglianze, crisi economiche, dittature, conflitti etnici e tensioni internazionali.

Non esisteva una fantomatica età dell’oro.

Esisteva però qualcosa che oggi è più difficile da percepire: la sensazione che il futuro sarebbe stato soprattutto una questione di progresso.

Tecnologia. Scienza. Globalizzazione. Cooperazione. Comunicazione. Esplorazione.

Erano queste alcune delle parole con cui si poteva descrivere il futuro.

Poi arrivò l’11 settembre.

La mattina in cui il futuro cambiò direzione

Alle 8:46 del mattino, ora di New York, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center. Diciassette minuti dopo, alle 9:03, il volo United Airlines 175 colpì la Torre Sud. Alle 9:37 un terzo aereo colpì il Pentagono. Alle 9:59 crollò la Torre Sud. Alle 10:03 il volo United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania. Alle 10:28 crollò la Torre Nord.

In poco meno di due ore, il mondo che milioni di persone avevano conosciuto la mattina precedente non esisteva più nello stesso modo.

Non erano scomparse la tecnologia, la scienza, la cooperazione internazionale o la voglia di viaggiare. Ma era cambiata la percezione del futuro.

Dopo

Dopo l’11 settembre arrivarono nuove guerre. Arrivarono nuovi controlli. Cambiarono gli aeroporti. Cambiarono le procedure di sicurezza. Cambiarono le attività delle intelligence. Cambiarono le priorità dei governi.

Cambiarono anche parole che fino a quel momento avevano avuto un peso diverso: terrorismo, sicurezza nazionale, minaccia, radicalizzazione.

E cambiò qualcosa di più difficile da misurare.

La percezione dell’innocenza.

Il mondo non era diventato improvvisamente più pericoloso in ogni suo aspetto. Era diventato un mondo nel quale molte persone avevano imparato che anche ciò che sembrava impossibile poteva accadere.

Il vero confine

Forse, quindi, l’11 settembre non rappresenta soltanto il giorno in cui sono state distrutte le Torri Gemelle. Rappresenta il momento in cui una parte del mondo occidentale ha smesso di immaginare il futuro esclusivamente come una linea di progresso.

Prima c’era la domanda:

“Quanto lontano possiamo arrivare?”

Dopo sarebbe diventata sempre più importante un’altra domanda:

“Quanto siamo al sicuro?”

Ed è probabilmente questa la trasformazione più profonda.

Il mondo del 10 settembre 2001 non era perfetto. Non era più innocente di quanto lo fosse realmente. Ma era un mondo che, almeno in parte, guardava avanti con fiducia.

Il giorno dopo avrebbe continuato a farlo.

Solo con molta più paura.

E forse è proprio per questo che vale la pena ricordare ciò che accadde prima.

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11 Settembre 2026
Violenza giovanile: Dal bisogno di apparire al rischio di comportamenti devianti

Se osserviamo le cronache degli ultimi anni, emerge un filo conduttore che accomuna numerosi episodi di violenza giovanile, atti vandalici, baby gang e “challenge” estreme: la ricerca della visibilità.

Per molti adolescenti il confine tra vita reale e vita digitale è diventato sempre più sottile. L’approvazione del gruppo non passa più soltanto attraverso le relazioni faccia a faccia, ma viene misurata da follower, visualizzazioni e condivisioni. In questo contesto il riconoscimento sociale può trasformarsi in una vera e propria ricompensa psicologica.

Lo psicologo Albert Bandura descriveva già decenni fa come gran parte dei comportamenti venga appresa attraverso l’osservazione e l’imitazione di modelli percepiti come vincenti. Oggi questi modelli non sono più soltanto familiari, amici o personaggi televisivi: sono influencer, creator e coetanei che, spesso, ottengono notorietà proprio mostrando comportamenti trasgressivi o estremi.

Da un punto di vista criminologico, studiosi come David Canter sottolineano come la devianza sia il risultato dell’interazione tra caratteristiche individuali, ambiente sociale e opportunità. I social network rappresentano oggi una nuova opportunità: offrono un pubblico potenzialmente illimitato capace di trasformare un gesto impulsivo in un contenuto virale.

È in questo scenario che il bisogno di approvazione può assumere un ruolo determinante. Un giovane con un’identità ancora fragile può arrivare a considerare la notorietà come una forma di successo, indipendentemente dal modo in cui viene raggiunta. Non conta più soltanto fare qualcosa, ma farlo davanti a una telecamera.

Le cronache raccontano sempre più spesso di aggressioni filmate, atti di bullismo condivisi online, danneggiamenti registrati con lo smartphone, corse clandestine, impennate nel traffico cittadino e sfide sempre più pericolose. In molti casi la registrazione dell’evento non è una conseguenza dell’azione: ne diventa il vero obiettivo.

Il criminologo Adrian Raine, studiando le basi biologiche e ambientali del comportamento antisociale, evidenzia come predisposizioni individuali e contesto sociale possano sommarsi. Quando un adolescente vive in un ambiente povero di riferimenti educativi, sperimenta una forte ricerca di appartenenza e trova nei social una continua gratificazione immediata, il rischio di assumere comportamenti impulsivi può aumentare. Questo non significa che diventerà un criminale, ma che alcuni fattori di rischio tendono a rafforzarsi reciprocamente.

Anche il concetto di narcisismo assume qui una prospettiva diversa. Come sottolineava Otto Kernberg, dietro l’apparente sicurezza può celarsi una profonda fragilità identitaria. L’esibizione continua, il bisogno costante di essere notati e l’incapacità di tollerare l’indifferenza possono spingere alcuni giovani a cercare emozioni sempre più forti pur di mantenere l’attenzione del proprio pubblico digitale.

La criminologia moderna parla spesso di “ricompensa sociale”. Ogni visualizzazione, ogni condivisione e ogni commento positivo attivano meccanismi di gratificazione che il cervello adolescente, ancora in fase di sviluppo, tende a ricercare con particolare intensità. Il risultato è una progressiva normalizzazione del rischio: ciò che ieri sembrava impensabile oggi diventa una semplice occasione per ottenere qualche migliaio di visualizzazioni in più.

Per questo motivo il disagio giovanile non può essere affrontato esclusivamente come un problema psicologico né esclusivamente come una questione di ordine pubblico. È una sfida educativa e culturale che coinvolge famiglie, scuola, istituzioni, professionisti della salute mentale e piattaforme digitali.

La prevenzione più efficace non consiste nel demonizzare la tecnologia, ma nel costruire giovani capaci di distinguere il valore personale dalla popolarità online. Perché quando il bisogno di essere visti diventa più importante del rispetto per sé stessi e per gli altri, il rischio è che la ricerca di un “like” finisca per trasformarsi in una tragedia reale.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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09 Settembre 2026