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DRONI PROTAGONISTI DEL NUOVO ORDINE MONDIALE.
Aspetti tecnici e psicologici nella prevenzione e gestione delle nuove minacce “ibride” alla collettività.
WORKSHOP del 19 giugno 2026, presso Palazzo Pirelli, Regione Lombardia, Milano
Un workshop organizzato e promosso dall’Associazione Consiglieri della Lombardia e dall’Associazione Forum Security a cui hanno preso parte 18 relatori nazionali e internazionali.
I PROTAGONISTI, LE COMPARSE E I PROXY DEL NUOVO ORDINE MONDIALE, Marta Ottaviani e Massimo Annati;
DRONES DON’T WORK ALONE, Valeria Gasik e Olha Nathayska;
DAL CAMPO DI BATTAGLIA ALL’INDUSTRIA, Simone Russo , Roberto Navoni e Andrea Provino;
DAL FOGLIO 83V LEONARDESCO ALLE NUOVE MINACCE PER L’AVIAZIONE CIVILE, Roberto Sergnese, Francesco Di Maio e Alessandra Coratella;
GEOPOLITICA DELLA DISTANZA, IL FATTORE UMANO TRA DRONI E DISTACCO PSICOLOGICO, Cristina Brasi, Emanuela F
Dyrmishi e Roberta Brivio ;
DIFESA CIVILE E MEDICAL INTELLIGENCE , Marco Filippi , Marco Serale, Angela Lazzarini e Alberto Caruso de Carolis
ETICA E RESILIENZA CIVILE, Cristian Ducu
L’Analisi e la sintesi del convegno attraverso la lettura degli interventi avvenuti nei panel disegnati per gruppi di relatori che hanno attraversato temi quali: il nuovo scenario geopolitico, la democratizzazione della tecnologia, il conflitto russo-ucraino come laboratorio strategico, una sicurezza sempre più multidisciplinare e il drone come simbolo del nuovo disordine mondiale.
L’Analisi mostra come il DRONE rappresenti molto più di una semplice innovazione Militare.
Esso è il simbolo di una trasformazione profonda dell’Ordine mondiale: riduce il valore esclusivo della superiorità Militare tradizionale, rende accessibili capacità prima riservate solo alle grandi potenze, introduce nuove forme di conflitto tecnologico, modifica il rapporto tra uomo, macchina e decisione. Il drone incarna una contraddizione fondamentale del nostro tempo: è contemporaneamente uno strumento di progresso e una fonte di nuove minacce. La sua diffusione dimostra che il POTERE nel XXI secolo non dipenderà soltanto dal possesso delle armi più avanzate ma, dalla capacità di governare la tecnologia, proteggerla e inserirla all’interno di un sistema politico e giuridico responsabile. Il futuro sarà quindi determinato non soltanto da chi costruirà i droni più sofisticati, ma da chi saprà creare le regole, le competenze e le istituzioni necessarie per controllarne l’impiego. Il drone non è soltanto una macchina Volante: è il punto d’incontro tra geopolitica, sicurezza, innovazione e responsabilità umana.
Coordinamento e l’organizzazione del workshop: Gianni Verga, Alessandro Patelli Maria Grazia Santini, Alessia Giovanola e Sergio Sirotti.
L’Evento è stato trasmesso in streaming
L’integrale trascrizione del workshop sarà disponibile sul sito www.forumsecurity.it
L’Associazione Consiglieri della Lombardia ha prodotto un QUADERNO del convegno, inserito nella collana della Regione Lombardia, che sarà disponibile su richiesta.
Per ogni informazione o richiesta : segreteria@forumsecurity.it (Alessia Giovanola)
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Negli ultimi mesi, le cronache cittadine hanno registrato un’allarmante recrudescenza di episodi di violenza fisica e devastazione del patrimonio pubblico che vedono protagonisti sempre più frequentemente soggetti minorenni o giovanissimi. Si tratta di un fenomeno che non può essere archiviato come semplice “devianza giovanile”, ma che richiede un’analisi approfondita sotto il profilo della sicurezza urbana, della sociologia e della risposta istituzionale.
La prima peculiarità della nuova ondata di violenza è la sua apparente “spontaneità” e la totale assenza di un movente economico o di appartenenza a organizzazioni criminali strutturate, come poteva accadere nel passato. Gli episodi di aggressione, le risse e le cosiddette “devastazioni” scaturiscono spesso da futili motivi, esasperati dalla dinamiche di gruppo. Il gruppo funge da annullatore delle responsabilità individuali, spingendo il singolo a compiere atti che, se isolato, non commetterebbe mai.
L’assenza di spazi aggregativi favorisce la deriva verso comportamenti devianti.
Un ruolo determinante in questa mutazione comportamentale è giocato dalla “piazza virtuale”. I social network, e in particolare piattaforme come TikTok o Instagram, non sono più solo luoghi di documentazione ex post, ma veri e propri catalizzatori delle azioni. La ricerca della visibilità, del “like” e del plauso della rete trasforma la violenza in uno spettacolo. Il reato viene compiuto con la consapevolezza di dover produrre un contenuto virale, spostando la gratificazione dall’atto in sé alla sua riproduzione digitale.
Fronteggiare questo fenomeno con la sola logica repressiva o con l’imposizione di coprifuoco è una risposta insufficiente e spesso controproducente, che rischia di criminalizzare massa piuttosto che colpire i singoli responsabili. La sicurezza urbana, in questo contesto, deve intendersi in senso ampio. È indispensabile un intervento strutturale che rimetta al centro la figura dell’educatore, ristabilendo un presidio fisico e morale nei territori.
La ricerca di visibilità sui social media trasforma l’atto di violenza in un evento spettacolarizzato.
Occorre superare la frammentazione degli interventi: le Forze dell’Ordine da sole non possono sostituirsi alle famiglie e alla scuola. Serve un’alleanza educativa tra istituzioni scolastiche, servizi sociali dei Comuni, associazionismo del terzo settore e forze di polizia, capace di intercettare precocemente i segnali di dispersione scolastica e disagio. Inoltre, la legislazione attuale necessita di strumenti più rapidi e deflazionistici. La sicurezza dei cittadini e il futuro dei giovani protagonisti di queste derive esigono una risposta sistemica, che unisca la fermezza della legge alla forza dell’inclusione sociale.
Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.
Nelle prime due parti abbiamo affrontato un fenomeno che spesso viene osservato soltanto come un problema di educazione o di costume, ma che in realtà coinvolge aspetti molto più profondi della nostra struttura psicologica: il rapporto tra parole, pensiero ed emozioni.
Abbiamo visto come il linguaggio possa impoverirsi quando viene sottoposto alla velocità della comunicazione digitale, come alcune parole importanti vengano svuotate del loro significato e come, in alcuni casi, possano trasformarsi in strumenti di pressione, manipolazione o ferita.
Ma ogni crisi porta con sé anche una possibilità.
Se le parole possono perdere valore, possono anche essere recuperate.
Se il linguaggio può diventare superficiale, può tornare a essere profondo.
La questione centrale non riguarda il rifiuto della tecnologia, dei social network o dei nuovi strumenti di comunicazione. Ogni generazione ha sempre modificato il proprio modo di esprimersi. La scrittura stessa, nella storia dell’umanità, è stata una rivoluzione tecnologica.
Il problema non è lo strumento.
Il problema è quando lo strumento sostituisce completamente ciò che dovrebbe sostenere: il pensiero.

Una società veloce ha bisogno di persone capaci di fermarsi
Uno degli aspetti più caratteristici della nostra epoca è la velocità.
Tutto deve essere immediato.
Una risposta deve arrivare in pochi secondi.
Un’opinione deve essere espressa subito.
Una notizia deve essere commentata prima ancora di essere compresa.
Siamo immersi in una cultura della reazione.
Ma reagire non significa necessariamente comprendere.
La riflessione richiede un tempo che spesso oggi consideriamo quasi un difetto. Una persona che impiega tempo prima di rispondere viene percepita come indecisa, mentre una risposta immediata viene spesso interpretata come sicurezza.
Eppure la storia del pensiero umano nasce proprio dalla capacità di fermarsi.
La filosofia nasce dalla domanda, non dalla risposta immediata.
La scienza nasce dal dubbio, non dalla certezza impulsiva.
La cultura nasce dalla capacità di approfondire, non dalla velocità con cui consumiamo informazioni.
Anche nelle relazioni umane funziona allo stesso modo.
Una persona che ascolta davvero non sta semplicemente aspettando il proprio turno per parlare.
Sta cercando di comprendere.
E comprendere richiede tempo.
Quando parliamo di perdita dell’abitudine alla lettura, spesso riduciamo il problema alla semplice diminuzione del numero di libri letti.
In realtà la questione è molto più ampia.
Leggere significa allenare una modalità di pensiero.
Quando leggiamo un romanzo, un saggio o anche un articolo complesso, il nostro cervello deve seguire un percorso. Deve collegare informazioni, ricordare dettagli, interpretare intenzioni, immaginare conseguenze.
La lettura ci insegna la continuità.
I social, invece, spesso ci abituano alla frammentazione.
Passiamo da un contenuto all’altro senza completare un ragionamento. Cambiamo argomento in pochi secondi. Riceviamo informazioni senza necessariamente elaborarle.
Questo non significa che chi utilizza i social sia incapace di pensare.
Significa che il cervello, come qualsiasi altra capacità umana, si adatta alle abitudini.
Un musicista sviluppa l’orecchio allenandolo ogni giorno.
Uno sportivo sviluppa il corpo attraverso l’esercizio.
Una persona sviluppa la profondità del pensiero attraverso esperienze che richiedono concentrazione e riflessione.
La lettura è una di queste esperienze.
Esiste un aspetto spesso dimenticato quando si parla di comunicazione: ogni parola pronunciata ha una conseguenza.
Non sempre vediamo immediatamente il risultato di ciò che diciamo.
Una frase detta con leggerezza può rimanere nella memoria di qualcuno per anni.
Un commento scritto online può raggiungere una persona in un momento di fragilità e avere un peso enorme.
Una critica può essere uno stimolo alla crescita oppure diventare una ferita.
La differenza sta nel modo in cui scegliamo di utilizzare il linguaggio.
Una comunicazione matura non significa evitare ogni conflitto.
Il conflitto è naturale.
Due persone possono avere opinioni diverse, desideri diversi, valori diversi.
Il problema nasce quando il confronto viene sostituito dall’attacco personale.
Dire:
“Non sono d’accordo con quello che hai fatto”
è molto diverso dal dire:
“Sei una persona sbagliata”.
Nel primo caso si critica un comportamento.
Nel secondo si colpisce l’identità della persona.
Questa differenza, apparentemente piccola, ha un enorme impatto psicologico.
Uno dei grandi problemi del linguaggio contemporaneo è la tendenza a semplificare le persone.
Viviamo in un’epoca di etichette.
Buono o cattivo.
Vittima o colpevole.
Normale o problematico.
Narcisista o empatico.
Tossico o sano.
Ma gli esseri umani non funzionano attraverso categorie così semplici.
Una persona può avere comportamenti egoisti senza essere un narcisista patologico.
Una persona può commettere un errore senza essere una persona cattiva.
Una relazione può attraversare un momento difficile senza essere necessariamente tossica.
La psicologia dovrebbe aiutarci a comprendere la complessità, non a eliminarla.
Usare termini psicologici senza conoscerne il significato rischia di creare una nuova forma di superficialità: quella di credere di capire qualcuno soltanto perché abbiamo trovato un’etichetta.
Comprendere una persona richiede molto più sforzo.
Richiede ascolto.
Richiede tempo.
Richiede la capacità di accettare che l’essere umano è contraddittorio.

Il valore dimenticato dell’ascolto
Forse una delle parole più importanti che abbiamo perso è proprio questa: ascoltare.
Sembra un gesto semplice, ma è una delle capacità più difficili.
Ascoltare significa accettare per qualche momento di non essere al centro.
Significa mettere da parte la necessità di rispondere subito.
Significa provare a vedere il mondo dalla prospettiva di un’altra persona.
In un’epoca nella quale tutti cercano visibilità, essere capaci di ascoltare è diventato quasi un atto controcorrente.
Eppure molte crisi personali e relazionali nascono proprio dalla mancanza di ascolto.
Persone che parlano senza sentirsi comprese.
Persone che spiegano il proprio dolore senza trovare nessuno disposto a fermarsi.
Persone che cercano una risposta quando avrebbero bisogno prima di tutto di essere ascoltate.
Recuperare il valore delle parole significa anche riconoscere il valore della nostra lingua.
L’italiano non è soltanto un insieme di regole grammaticali.
È memoria.
È storia.
È cultura.
È il risultato di secoli di pensiero umano.
Dentro una parola italiana spesso esiste un viaggio lunghissimo: dalla sua origine latina, attraverso il volgare medievale, fino al significato che utilizziamo oggi.
Ogni termine porta con sé una storia.
Quando utilizziamo una parola senza comprenderla, perdiamo una parte di quella storia.
Quando invece scegliamo con attenzione ciò che diciamo, restituiamo dignità al linguaggio.
Non significa parlare in modo complicato.
La profondità non nasce dalle parole difficili.
Nasce dalle parole precise.
Una frase semplice può essere immensamente profonda se contiene verità.
La vera sfida del futuro non sarà soltanto insegnare ai giovani a utilizzare strumenti digitali.
Sarà insegnare loro a non essere utilizzati dagli strumenti digitali.
A riconoscere una manipolazione.
A distinguere un’opinione da un fatto.
A comprendere il peso delle parole.
A non confondere la popolarità con il valore.
A non scambiare la velocità con l’intelligenza.
Una persona che possiede un linguaggio ricco possiede anche maggiori strumenti per difendersi.
Chi sa nominare ciò che prova riesce più facilmente a gestirlo.
Chi sa spiegare ciò che pensa riesce più difficilmente a essere manipolato.
Chi conosce molte prospettive riesce più difficilmente a cadere nelle semplificazioni.
Il linguaggio è quindi anche una forma di sicurezza personale.
Forse il vero problema della nostra epoca non è che le persone parlino troppo.
È che troppo spesso parlano senza fermarsi a pensare.
Le parole sono diventate rapide, consumabili, sostituibili.
Ma una parola non è mai soltanto una parola.
Può diventare una carezza.
Può diventare una ferita.
Può diventare una porta verso la comprensione oppure un muro dietro cui nascondersi.
Recuperare il valore del linguaggio significa recuperare il valore delle persone.
Significa ricordare che dietro ogni messaggio c’è qualcuno.
Dietro ogni opinione c’è una storia.
Dietro ogni silenzio c’è spesso qualcosa che non siamo riusciti a dire.
In un mondo che corre sempre più velocemente, forse il gesto più rivoluzionario che possiamo fare è ancora uno dei più antichi:
fermarci, leggere, ascoltare e scegliere con cura le parole.
Perché chi possiede le parole possiede gli strumenti per comprendere il mondo.
E chi comprende il mondo è molto più difficile da manipolare.

Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.