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Di Dott. Marco Filippi
Un anno fa sostenevo che il punto decisionale critico della Russia in Ucraina potesse trasformarsi in un triangolo:
mobilitazione – accettazione strategica – escalation.
Il nostro modello, però, non ha mai considerato probabile l’impiego nucleare tattico. Dopo Operation Spider Web stimavamo il first use russo intorno al 7% nei sei mesi successivi; dopo gli strike sul Crimea Bridge e sugli assetti navali circa 10%; dopo il leak Skyfall circa 11%.
La coercizione nucleare e mediatica era invece già sopra il 50%, mentre una detonazione puramente dimostrativa rimaneva nell’ordine di pochi punti percentuali.
La distinzione era fondamentale:
signalling probabile; impiego sul campo improbabile.
Oggi il dato interessante non è un singolo indicatore.
È la loro convergenza.
L’economia russa mostra crescente compressione: crescita indebolita, deficit superiore alle previsioni, utilizzo di yuan e oro per sostenere la spesa pubblica.
Non parlerei ancora di collasso economico, ma di riduzione dell’elasticità strategica.
Parallelamente, l’Ucraina sta imponendo costi sempre più profondi: raffinerie, infrastrutture energetiche e grandi nodi logistici, compresi Wildberries e Ozon, vengono colpiti con crescente continuità.
Mosca ha persino autorizzato l’intervento temporaneo dello Stato sulle infrastrutture critiche considerate insufficientemente protette.
Poi c’è il personale.
Zelensky sostiene che Mosca potrebbe mobilitare altri 300.000 uomini dopo le elezioni parlamentari di settembre. È intelligence ucraina non indipendentemente confermata, ma coincide quasi perfettamente con il dilemma che avevamo individuato.
Gli indicatori originari erano concreti:
moduli nucleari anomali nelle esercitazioni; NOTAM Artico/Novaja Zemlja; attività 12ª GUMO e depositi; nuove red lines sugli strike in profondità; variazioni della prudenza nucleare cinese; movimenti persistenti di oro e rischio assicurativo nel Mar Nero.
Oggi si sovrappongono altri domini: compressione economica, necessità di uomini, strike ucraini sempre più profondi, retorica nucleare più aggressiva verso il Regno Unito e vulnerabilità della componente aerea strategica.
Il 25 agosto un USAF C-17 Globemaster III porta a Mosca il direttore CIA John Ratcliffe.
Kyiv avrebbe ricevuto la richiesta di sospendere temporaneamente alcuni strike a lungo raggio. Ratcliffe incontra i vertici dell’intelligence russa e Putin viene immediatamente informato.
Il precedente noto più vicino: William Burns, novembre 2021.
Aggiungiamo attrito, perdite e difficoltà di dispersione della componente bombardieri strategici e l’insolita visita di Putin a Iturup il 13 agosto.
E qui torna un indicatore che avevamo già individuato: la dispersione strategica.
La persistente attività sismica e l’esposizione a tsunami della Kamchatka non sono indicatori nucleari. Ma possono complicare infrastrutture, continuità e capacità di dispersione nell’Estremo Oriente proprio mentre la ridondanza degli assetti strategici assume maggiore valore.
STIMA ANALITICA AGGIORNATA
Coercizione/signalling nucleare: ~65–70%
Mobilitazione aggiuntiva significativa entro l’autunno: ~55–65%
Evento nucleare dimostrativo: ~5–7%
Impiego nucleare tattico nei prossimi sei mesi: ~12–15%
Sono stime analitiche strutturate, non forecast statistici.
La domanda quindi non è più soltanto:
“La Russia userà un’arma nucleare tattica?”
Ma:
“Mobilitazione, compressione economica, vulnerabilità delle forze strategiche e coercizione nucleare stanno iniziando a rafforzarsi reciprocamente?”
La mia valutazione rimane che l’impiego nucleare tattico sia improbabile.
Ma rispetto al nostro precedente 7 → 10 → 11%, il vettore di rischio è salito, e non di poco.
Il percorso dominante resta molto più probabilmente quello della coercizione nucleare, del signalling e della manipolazione della soglia di escalation.
Nello strategic warning, correlazione non significa previsione.
Ma la convergenza conta.
di Dr. Marco Filippi
La NATO ha annunciato l’acquisizione del Maven Smart System di Palantir il 14 aprile 2025. Il 10 settembre 2026, NVIDIA e Palantir hanno annunciato un’iniziativa di AI sovrana per le filiere di approvvigionamento critiche. L’integrazione militare e l’impiego civile avanzano insieme. Fonti: NATO; NVIDIA.
Nel frattempo, i titoli legati all’AI subiscono revisioni delle valutazioni: l’11 settembre Barron’s riportava che Palantir aveva perso l’11% dall’inizio del mese. Valutazioni finanziarie e capacità tecniche seguono tempi diversi: un ribasso in borsa non dimostra un fallimento tecnologico. Fonte: Barron’s.
Le comunità tecniche e scientifiche avevano già segnalato questi rischi. Nel 2024, la ricerca esaminava la proliferazione di capacità militari attraverso i modelli fondazionali commerciali. Fonte: Khlaaf e colleghi.
Il rapporto Anthropic del 10 settembre descrive ora tentativi di sviluppo missilistico nel nord dello Yemen, in territorio controllato dagli Houthi. La precisione conta: riferisce un test fallito di un razzo guidato, NON ICBM funzionanti. Documenta inoltre cinque casi di utilizzo dell’AI potenzialmente utili allo sviluppo di armi biologiche, non la loro produzione accertata. Fonte: Anthropic.
La mirror life rimane una frontiera irrisolta. Nel 2024 gli scienziati avvertivano che batteri speculari autoreplicanti potrebbero minacciare le difese immunitarie e gli ecosistemi. Questi organismi non vanno confusi con le molecole speculari già esistenti, né presentati come un programma di armamento basato sull’AI. Fonte: Stanford.
La mia tesi è che, al di là dei dati di addestramento e dei guardrail, stiamo addestrando e impiegando l’AI durante una transizione segnata dalla bellicosità umana. Priorità della ricerca, finanziamenti, incentivi e domanda militare ne orientano la traiettoria.
L’AI ha radici accademiche, commerciali e militari intrecciate. In questo contesto, la sua militarizzazione era prevedibile. Trattarla come una deviazione inattesa significa ignorare il contesto che abbiamo creato.
Tematica che porto avanti da molti anni qua sui social, dai tempi della mia partecipazione alla Commissione Etica del progetto EU Aligner.
Parallelamente, i ricercatori civili stanno ampliando le proprie capacità. Uno studio pubblicato su Nature nel 2026 associa l’adozione dell’AI a una maggiore produzione scientifica e a un maggiore impatto, avvertendo però che il campo di esplorazione collettivo della ricerca si restringe. La produttività non si traduce automaticamente in scoperta. Fonte: Nature.
La mia ipotesi: l’AI potrebbe ridurre alcune componenti del divario epistemico tra ricercatori civili e istituzioni militari. Restano le differenze nell’accesso a intelligence classificata, laboratori, logistica e capacità operative.
Mentre gruppi commerciali contribuiscono allo sviluppo e all’adattamento dell’AI militare, restrizioni indiscriminate sui ricercatori civili rischiano di indebolire la difesa civile, la preparazione CBRNe e la biodifesa.
Servono salvaguardie differenziate: verifica dell’identità e delle competenze; valutazione delle finalità e dei rischi del progetto; accesso controllato e proporzionato alle capacità; utilizzo verificabile con tutela della riservatezza; supervisione indipendente e possibilità di ricorso.
I ricercatori indipendenti devono poter accedere attraverso un percorso credibile, che vada oltre l’affiliazione istituzionale. L’etichetta civile non garantisce la sicurezza; quella militare non garantisce automaticamente la legittimità.
Proteggiamo la società preservandone la capacità di comprendere, individuare e contrastare le minacce.

Settembre è il mese in cui si torna a parlare con particolare attenzione di prevenzione del suicidio. È un tema difficile, che spesso mette a disagio, ma proprio per questo non può essere lasciato nel silenzio. Perché dietro i numeri ci sono persone, famiglie, amici, colleghi e comunità che ogni giorno si confrontano con una sofferenza che non sempre riescono a vedere o comprendere.
In Italia, dopo oltre un decennio di diminuzione, i decessi per suicidio hanno ripreso ad aumentare tra il 2020 e il 2021 e l’incremento è stato particolarmente evidente tra i più giovani. Nel 2022 sono stati registrati 3.874 decessi per suicidio, 13,6% dei quali riguardava persone tra i 15 e i 34 anni. Sono numeri che non possono lasciarci indifferenti.
Ma parlare di suicidio non significa parlare soltanto di numeri. Significa parlare di persone che, in un determinato momento della loro vita, possono arrivare a percepire il dolore come qualcosa di impossibile da sopportare.
E quel dolore può avere moltissimi volti.

Può essere quello di un ragazzo perseguitato dal bullismo, che ogni giorno entra a scuola con la paura di quello che troverà. Può essere quello di una persona continuamente umiliata sui social, oppure vittima di cyberbullismo. Può essere quello di chi subisce la diffusione non consensuale di immagini intime e si ritrova improvvisamente esposto, minacciato e giudicato. Può essere quello di chi perde il lavoro, di chi non riesce più a sostenere una situazione economica, di chi vive una separazione, una perdita, una solitudine profonda o semplicemente la sensazione di non essere più necessario a nessuno.
Sono situazioni diverse, ma possono produrre la stessa terribile sensazione: essere rimasti soli davanti a qualcosa che sembra più grande di noi.
Ed è proprio qui che dobbiamo imparare ad ascoltare.
Quando qualcuno dice “non ce la faccio più”, non sappiamo necessariamente cosa ci sia dietro quelle parole. Potrebbe essere uno sfogo, ma potrebbe anche essere una richiesta d’aiuto. Quando una persona ci dice che non vede più una soluzione, non dovremmo rispondere con “passerà”, “devi essere forte” o “c’è chi sta peggio”. Anche se pronunciate con le migliori intenzioni, certe frasi possono far sentire ancora più soli.
Non dobbiamo avere la soluzione. Dobbiamo avere la disponibilità ad ascoltare.
A volte aiutare significa semplicemente sedersi accanto a qualcuno, lasciare che parli senza interromperlo e senza giudicarlo. Significa chiedere “come stai davvero?” e avere la pazienza di ascoltare la risposta. Significa non vergognarsi di dire “non so come aiutarti, ma non ti lascio solo”.
E significa anche sapere quando è il momento di coinvolgere qualcuno che possa intervenire concretamente.
Quando pensiamo alle forze dell’ordine, siamo abituati a immaginare interventi legati alla sicurezza, alla criminalità e alle emergenze. Esiste però un’altra dimensione del loro lavoro, meno raccontata ma altrettanto importante: entrare in contatto con persone che stanno attraversando un momento di estrema vulnerabilità.
Una pattuglia può arrivare quando qualcuno ha chiamato perché una persona è in pericolo. Può trovare davanti a sé qualcuno arrabbiato, disperato, spaventato o completamente chiuso in se stesso. In quei momenti non servono soltanto procedure e capacità operative. Servono calma, attenzione, capacità di comunicare e, soprattutto, la capacità di ascoltare.
Ascoltare non significa sostituirsi a uno psicologo o a un medico. Significa creare, in quei pochi minuti, uno spazio nel quale una persona possa sentirsi vista e considerata. Significa non trattare automaticamente la sofferenza come un problema da “gestire”, ma riconoscere che dall’altra parte c’è una persona che sta vivendo uno dei momenti più difficili della propria vita.
Le forze dell’ordine possono contribuire a mettere in sicurezza la situazione, mantenere il contatto con la persona, proteggere chi è coinvolto e attivare i soccorsi sanitari quando necessario. In un’emergenza, chiamare il 112 significa permettere alla rete di soccorso di intervenire e di portare quella persona verso l’aiuto di cui ha bisogno.
Ma forse c’è qualcosa di ancora più importante da ricordare: non dobbiamo aspettare che una situazione diventi drammatica per prendere sul serio la sofferenza.
La prevenzione comincia molto prima.
Comincia quando un insegnante decide di non ignorare un ragazzo che viene isolato. Quando un genitore ascolta senza giudicare. Quando un collega si accorge che qualcosa è cambiato. Quando un amico non liquida con una battuta una frase che lo ha preoccupato. Quando una vittima di revenge porn viene aiutata invece di essere accusata. Quando qualcuno trova il coraggio di dire “ho bisogno di aiuto” e dall’altra parte trova qualcuno disposto ad ascoltare.
Perché chiedere aiuto non è una debolezza.
A volte è il gesto più difficile che una persona riesca a compiere.
E forse dovremmo smettere di chiederci perché qualcuno non abbia avuto la forza di andare avanti e cominciare a chiederci quante volte, prima di arrivare a quel punto, abbia provato a chiedere aiuto senza sentirsi veramente ascoltato.
Non possiamo risolvere tutti i problemi. Non possiamo cancellare una violenza, un lutto, una perdita, una situazione economica difficile o anni di sofferenza. Possiamo però evitare che una persona debba affrontarli completamente da sola.
Possiamo ascoltare. Possiamo restare. Possiamo chiedere aiuto.
E quando necessario possiamo chiamare chi ha gli strumenti per intervenire.
Perché dietro ogni richiesta d’aiuto c’è una persona che, nonostante tutto, sta ancora cercando qualcuno a cui affidare una parte del proprio peso.
Prendiamoci il tempo per ascoltarla. Potrebbe essere molto più importante di quanto immaginiamo.
Se una persona è in pericolo immediato, non va lasciata sola: è necessario chiamare il 112 e seguire le indicazioni degli operatori dell’emergenza.