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Il contributo del dott. Marco Filippi, vicepresidente di Forum Security, al confronto tra sanità, intelligence e sicurezza
Le minacce alla sicurezza nazionale non si esauriscono più nella dimensione militare tradizionale. La crescente interconnessione tra salute pubblica, tecnologie digitali, informazione e stabilità sociale richiede un approccio integrato, capace di riconoscere i rischi emergenti e rafforzare la capacità di risposta delle istituzioni.
Questi temi sono stati al centro del convegno “Minacce sanitarie e sicurezza nazionale nei conflitti ibridi cognitivi”, registrato a Roma il 17 ottobre 2026 e organizzato dal Centro Alti Studi (Ce.A.S.), dall’Istituto di Psicoterapia Psicotraumatologia e Medicine Integrate, dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management e dall’Università Pontificia Salesiana.
L’incontro ha riunito rappresentanti del mondo accademico, esperti di geopolitica, professionisti della sanità, specialisti di intelligence e cybersecurity, con l’obiettivo di approfondire le nuove forme di minaccia e le strategie necessarie a tutelare la sicurezza delle comunità.
Le crisi contemporanee evidenziano quanto la dimensione sanitaria sia strettamente collegata alla sicurezza nazionale. La gestione di un’emergenza complessa può coinvolgere contemporaneamente strutture sanitarie, protezione civile, forze di sicurezza, istituzioni pubbliche e sistemi di comunicazione.
In questo scenario, la prevenzione e la preparazione assumono un ruolo determinante. Non è sufficiente intervenire quando una crisi si manifesta: occorre sviluppare capacità di anticipazione, coordinamento e valutazione del rischio, favorendo lo scambio di informazioni tra i diversi soggetti coinvolti.
Il concetto di sicurezza sanitaria si inserisce così in una visione più ampia della resilienza nazionale, nella quale la protezione della salute pubblica rappresenta una componente essenziale della continuità operativa e della stabilità sociale.
Tra gli interventi del primo panel figura quello del dott. Marco Filippi, vicepresidente di Forum Security, presentato da Radio Radicale come esperto di crisis management, CBRNe e medicina per il contrasto al terrorismo.
La sua partecipazione si colloca in un confronto dedicato al rapporto tra sicurezza sanitaria e conflitti ibridi cognitivi, con riferimenti alla dottrina NATO, alla Medical Intelligence, alle dinamiche migratorie e all’impatto dell’intelligenza artificiale sui rischi di profilazione e condizionamento psicologico.
Le competenze nell’ambito della gestione delle crisi e delle minacce CBRNe — chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari, oltre agli esplosivi — appartengono a un settore in cui la preparazione tecnica deve integrarsi con la pianificazione, il coordinamento interistituzionale e la capacità di risposta alle emergenze.
La presenza di un professionista con questo profilo contribuisce a inquadrare il tema della sicurezza da una prospettiva operativa, nella quale prevenzione, gestione del rischio e collaborazione tra competenze diverse sono elementi fondamentali.
Per Forum Security, la partecipazione del proprio vicepresidente rappresenta un’occasione per seguire e valorizzare il confronto su questioni che interessano direttamente il mondo della sicurezza e della gestione delle emergenze.
Un ulteriore elemento centrale del convegno riguarda la dimensione cognitiva dei conflitti ibridi. La manipolazione dell’informazione, la diffusione di contenuti ingannevoli e l’utilizzo delle tecnologie digitali possono incidere sulla percezione del rischio, sulla fiducia nelle istituzioni e sui comportamenti collettivi.
L’intelligenza artificiale amplia le possibilità di analisi e supporto decisionale, ma pone anche nuove questioni in materia di profilazione, condizionamento e tutela dei dati. Diventa quindi essenziale sviluppare strumenti di valutazione affidabili, competenze adeguate e una cultura della sicurezza capace di riconoscere le minacce senza alimentare allarmismi.
La resilienza non dipende soltanto dalla disponibilità di tecnologie o procedure: richiede anche comunicazione efficace, cooperazione tra organizzazioni e capacità di mantenere la fiducia durante situazioni di incertezza.
Il confronto promosso dal convegno richiama l’importanza di superare una visione frammentata della sicurezza. Le minacce sanitarie, tecnologiche, informative e geopolitiche possono sovrapporsi, generando scenari nei quali la risposta di un singolo settore rischia di essere insufficiente.
La cooperazione tra istituzioni, professionisti e mondo della ricerca diventa pertanto un presupposto per migliorare la prevenzione, la preparazione e la gestione delle emergenze.
Per chi opera nel settore della sicurezza, approfondire queste interdipendenze significa contribuire allo sviluppo di una cultura professionale orientata alla valutazione dei rischi, alla responsabilità e alla protezione della collettività.
La registrazione completa dell’incontro è disponibile nell’archivio di Radio Radicale.
Fonte: Radio Radicale, Minacce sanitarie e sicurezza nazionale nei conflitti ibridi cognitivi, 17 ottobre 2026.
Link alla registrazione:
https://www.radioradicale.it/scheda/801438/minacce-sanitarie-e-sicurezza-nazionale-nei-conflitti-ibridi-cognitivi?i=5110610
” Con la TAYLORIZZAZIONE, l’industria si impossessa dei professionisti e li trasforma in operai alla catena di montaggio.
Per la psicologia, questo sta avvenendo con la distribuzione organizzata di psicologia da parte delle grandi piattaforme commerciali, che gestiscono l’intera filiera produttiva: marketing, acquisto, pagamento, erogazione, cambi e resi.
Il professionista-operaio è l’addetto all’erogazione. Non ha potere su nessuna delle altre fasi della produzione.
Siccome il prodotto è standardizzato, la competenza individuale diventa irrilevante: il professionista-operaio è una risorsa abbondante e intercambiabile, il suo compenso è un costo standard deciso dall’azienda.
La sua autonomia professionale è totalmente compressa dalle caratteristiche dell’offerta commerciale: se l’azienda dice ‘online’, tu fai online; se l’azienda dice ‘in presenza’ tu fai in presenza, e così via.
L’unica difesa tradizionale per l’homo-proletario, il sindacato, non riesce a penetrare nelle piattaforme per l’opposizione degli stessi proletari, disabituati alla lotta di classe.
E questo apre la strada all’abolizione dello status di lavoratore del professionista.
Con l’UBERIZZAZIONE, il professionista viene degradato da operaio a prodotto. Non è più un lavoratore, ma un service che viene noleggiato dall’azienda e distribuito sul mercato per trarne profitto.
Il noleggio comprende una funzione (erogare terapia) e un contenuto-immagine (lo psicologo human) che rappresenta il carattere distintivo rispetto alla concorrenza automatizzata dei chatbot: è il gelato “artigianale” contrapposto a quello “industriale”.
Con l’Uberizzazione, la piattaforma commerciale detiene completamente il rapporto con cliente, che non ha più alcun contatto stabile con il professionista-prodotto, se non quando se ne avvale.
Il sistema dei cambi e dei resi è qui particolarmente sviluppato. Viene meno definitivamente l’ultima componente del professionismo: la relazione con il cliente.
L’uberizzazione è il capolinea delle professioni, l’ultimo stadio prima della sostituzione.
Con la SOSTITUZIONE, il passaggio che abolisce le professioni è completato. Il professionista human non è più necessario, perché le macchine svolgono il lavoro al posto suo.
Per ora la sostituzione è ancora in itinere, perché i chatbot non hanno ancora sviluppato un adeguato livello di raffinatezza e sono ancora distinguibili dagli humans.
Quando human e chatbot saranno indistinguibili o percepiti come equivalenti dalla maggior parte dei clienti, il terapeuta human sarà definitivamente dismesso.
La dismissione dello human segue inevitabilmente ai suoi difetti: è costoso, rischioso e imperfetto. Può fallire, assumere iniziative non standard. Inoltre ha esigenze personali, familiari, sanitarie, previdenziali che ne aumentano il costo a dismisura.
La macchina è invece prevedibile e programmabile. È economica perché una volta creato il prototipo, è replicabile all’infinito a costi quasi nulli.
Se il consumatore inizia a non distinguere più fra human e bot, o a ritenere il bot più confacente alle proprie preferenze, nulla giustifica più l’utilizzo degli humans nella catena produttiva.
Eliminato il professionista human, cadono uno alla volta tutti i baluardi tradizionali a garanzia dell’utenza: il quadro etico-deontologico, le abilitazioni, le restrizioni corporative e ciò che ha sempre distinto le professioni dal commercio: l’esclusione del profitto come unico fine.
Il TRAMONTO delle professioni segue inevitabilmente l’ingresso nell’industria nelle attività professionali.
A quel punto, il concetto stesso di esercizio abusivo perde completamente di senso. Abbiamo sempre immaginato la TUTELA DELLE PROFESSIONI come una questione di humans contro altri humans, di human plus contro humans minus, di human con la patente contro humans senza.
Ecco, quel mondo in cui si combattevano i counselor e i coach è ormai una voce minuta nel bilancio complessivo del tramonto delle professioni.
Nel primo commento un mio articolo su substack.”

di Dr. Marco Filippi
Milano, 17–18 ottobre 2026. Parigi. Tirana.
Non sono soltanto le vetrine infrante, le barricate o gli scontri con la polizia a colpirmi.
È l’età di chi vi partecipa. E, soprattutto, ciò che questa età dovrebbe costringerci a domandare.
Nel 1953, Czesław Miłosz, ne “La mente prigioniera”, raccontava il dramma di uomini incapaci di difendere, con le parole, i valori della civiltà che avevano ereditato. Sotto la spinta degli Zampolyt appositamente addestrati a far sembrare sbiaditi i valori della società polacca.
Decenni dopo, Yuri Bezmenov avrebbe descritto nella sua Subversion Theory il processo di demoralizzazione di una società: la conquista delle convinzioni prima ancora delle istituzioni tramite l’amplificazione delle sue debolezze.
Oggi la Cognitive Warfare ci impone di rileggere entrambi.
Non occorre necessariamente creare la rabbia. Può bastare incontrarla, orientarla, amplificarla.
A Tirana avevamo già intravisto un possibile laboratorio di destabilizzazione. Le violenze successive rendono quell’ipotesi meritevole di ulteriore analisi, non ancora una certezza perché nel paese delle due aquile l’algoritmo incontra il rifiuto della eccessiva corruzione e decadenza morale.
Parigi e Milano presentano dinamiche differenti, ma un segnale comune a tutti e tre i teatri di scontro violenti : giovani generazioni che diventano protagoniste di fratture sociali sempre più profonde, dove la violenza e’ etichetta, non stigma.
Non confondiamo il diritto alla protesta con la devastazione. Né la somiglianza dei fenomeni con la prova di una regia comune: tutto questo è stato piantato, come erbaccia, molti anni fa, ed adesso si sta solo innaffiando, e ci si prepara a falciare anche il prato dei giovani, perché la storia non si ripete mai uguale, ma le dinamiche sottese si, e questi son altri squilli delle trombe della guerra che verrà.
La vera domanda, da analista ma soprattutto da cittadino, è un’altra.
Abbiamo insegnato ai nostri figli a riconoscere ciò che non funziona. Ma abbiamo ancora insegnato loro a riconoscere ciò che merita di essere preservato? Ed in caso di necessità difeso, in tutti i modi possibili ?
Perché una civiltà non muore soltanto quando qualcuno ne abbatte i monumenti.
Muore anche quando nessuno sa più spiegare perché siano stati costruiti; e con quale sangue, a suo tempo son stati tirati su.
E l’Early Warning, talvolta, comincia proprio da questa consapevolezza.
