Forum Security

FORUM SECURITY - Sicurezza per davvero - Associazione senza scopo di lucro iscritta all'albo della Regione Lombardia

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Le tematiche che affrontiamo sono tutte declinate nell'ottica delle sicurezza, vista nei suoi molteplici aspetti, e prendono spunto dal nostro background, dalle nostre competenze e dalla collaborazione attiva dei nostri soci.

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L'associazione è nata nel 2017 dall'iniziativa di Maria Grazia Santini che ha raccolto intorno a sé amici professionisti e non che ha conosciuto e apprezzato lavorando nel settore della Sicurezza.

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NEWS

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Ordine pubblico e guerra cognitiva

By Dott. Filippi Marco

Le recenti vicende riguardanti persone decedute o gravemente ferite durante o dopo interventi delle Forze di Polizia, così come i numerosi operatori rimasti feriti nei disordini della Val di Susa e di Bologna, hanno riportato al centro dell’attenzione un tema delicato che merita molto più della consueta contrapposizione tra tifoserie.

Servono prudenza, metodo scientifico e competenza.

Ogni evento è diverso dall’altro e solo gli accertamenti medico-legali e giudiziari possono ricostruire con precisione cause, concause ed eventuali responsabilità. Parlare genericamente di “soffocamento”, “compressione toracica”, “morte in custodia” o “contenzione” senza una valutazione clinica e forense completa rischia di banalizzare fenomeni fisiopatologici complessi.

Il caso George Floyd ha inevitabilmente modificato la sensibilità internazionale su questi temi, ma sarebbe un errore trasferire automaticamente quel paradigma alla realtà italiana, caratterizzata da un diverso quadro normativo, operativo, addestrativo e di controllo.

Anche il nostro Paese ha conosciuto casi complessi, come quelli di Stefano Cucchi e Riccardo Magherini a Firenze. Quest’ultimo dimostra quanto sia rischioso trasformare un fatto di cronaca in una sentenza mediatica: il lungo iter giudiziario e gli approfondimenti medico-legali hanno restituito un quadro molto più articolato rispetto alle prime ricostruzioni, mentre la successiva giurisprudenza europea ha richiamato l’attenzione soprattutto sulla necessità di migliorare procedure, formazione e gestione della contenzione. È un richiamo che dovrebbe essere letto come uno stimolo a crescere, non come una contrapposizione tra cittadini e Forze dell’Ordine.

La mia convinzione, maturata in oltre vent’anni di attività nella medicina tattica e nella formazione, è semplice: la risposta non è cercare un colpevole prima della fine delle indagini, ma ridurre la probabilità che questi eventi possano verificarsi.

Tra il 2003 e il 2008, durante la mia esperienza presso la Croce Rossa Italiana – Ufficio Soccorsi Speciali, abbiamo sviluppato programmi formativi rivolti anche agli ATPI e alla Polizia di Stato, con risultati estremamente positivi nell’integrazione tra sicurezza operativa e soccorso sanitario.

Le successive esperienze nei progetti XXI con UNUCI, Arma dei Carabinieri, CADMI, UNSI e Brigata Folgore, così come i corsi IPHMI dedicati alle lesioni da folla, da molotov, da laser e da bomba carta e agli scenari ad alta intensità, hanno confermato che il linguaggio comune tra operatori sanitari e Forze di Polizia salva vite.

Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito a qualcosa di estremamente positivo: sempre più agenti della Polizia di Stato, Carabinieri, Finanzieri e militari hanno salvato vite grazie alla diffusione delle competenze BLSD, all’impiego precoce del defibrillatore e all’applicazione dei protocolli Stop the Bleed. Interventi tempestivi su arresti cardiaci, emorragie massive e traumi hanno dimostrato che la formazione sanitaria non è un accessorio dell’operatore della sicurezza, ma parte integrante della sua missione di tutela della vita.

Questi episodi rappresentano forse il miglior esempio di collaborazione civile e militare degli ultimi anni: medici, infermieri, soccorritori e operatori della sicurezza che condividono protocolli, addestramento, terminologia e obiettivi. Quando la formazione è comune, aumenta la sicurezza di tutti.

Per questo credo sia giunto il momento di compiere un ulteriore passo avanti, introducendo un protocollo nazionale di valutazione clinica immediata dopo il contenimento, affidato al personale delle Forze di Polizia adeguatamente formato secondo i principi del TECC (Tactical Emergency Casualty Care). Non per sostituire il sistema sanitario, ma per riconoscere precocemente quei segni clinici che impongono un’immediata medicalizzazione prima dell’ingresso nelle camere di sicurezza o nei percorsi di custodia. Parimenti un protocollo di valutazione ed intervento per il personale soccorritore e per quello sanitario, basato su evidenze, e con percorsi congiunti se non di formazione, almeno di addestramento, superando l’inutile diatriba, di quale sia la corretta composizione dell’equipaggio in supporto alle FF.OO; elemento dettato ormai dalle circostanze e non dalle velleità sistemiche di un “118” ormai “112”, in crisi su numeri di volontari e di sanitari disponibili.

Allo stesso tempo, ritengo che le procedure di Tactical Medical Support elaborate e sperimentate negli anni insieme alle Scuole della Polizia di Stato di Nettuno e Bari e con la Guardia di Finanza dell’Aquila debbano oggi essere aggiornate. Gli scenari di ordine pubblico, le tecniche antagoniste, la medicina tattica e le evidenze scientifiche evolvono continuamente: anche la formazione deve evolvere.

Proteggere chi interviene e proteggere chi viene fermato non sono due obiettivi in conflitto. Sono la stessa missione.

Se gli operatori oggi salvano sempre più vite con il BLSD, con gli emostatici, con i tourniquet e con lo Stop the Bleed, significa che la strada della formazione interdisciplinare è quella giusta. Continuiamo a percorrerla, estendendola anche alla gestione delle persone in custodia, affinché ogni intervento sia sempre più sicuro, per tutti.

Più formazione. Più medicina. Più ricerca. Più addestramento congiunto. Più protocolli condivisi. Meno slogan.

Ci aspetta una stagione molto, molto difficile per ordine pubblico, situazione geo-economica, e guerra cognitiva.





Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

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04 Agosto 2026

I sensi di colpa minano la sicurezza

I casi francese e tedesco mostrano l’ipocrisia di chi difende l’integrazione. Si blatera di «rabbia sociale» e ci si rifiuta di ammettere il flop delle attività di deradicalizzazione

di MARCO LOMBARDI

Docente presso Università Cattolica di Milano

Mancava di accusare il troppo caldo a Berlino. Invece i segni del terrorismo islamista ci sono tutti: un’auto sulla folla e la prosecuzione dell’attacco al coltello; l’obiettivo una festa pubblica e profondamente contraria alla religione islamica; l’autore un giovane, con precedenti, immigrato di seconda generazione uscito dal riformatorio, sottoposto a processo di de-radicalizzazione. E per finire: la ricerca della propria morte davanti alla polizia che lo aveva ormai in pugno, freddato.

Tutto semplice dunque? Proprio no, perché il fatto di Berlino, seguito dall’accoltellamento di Parigi il giorno dopo, quest’ultimo ispirato da «Allah (che) mi ha mandato a uccidere delle donne» come avrebbe detto il secondo attentatore, mostra uno scenario complesso, che noi abbiamo fatto diventare complicato per avere lasciato andare le cose da sole o, peggio, non avere voluto vedere quello che accadeva.

Certo, vedere non è facile: si tratta di raccogliere tanti piccoli segnali che, da soli, hanno poco senso ma una volta insieme dipingono un allarmante «ecosistema digitale comunicativo»: un modo per dire che il mondo i cui viviamo è fatto di piccole cose che acquistano significato quando sono messe in relazione, per lo più attraverso il mondo digitale.

I segni di questi giorni mostrano con chiarezza il dramma del conflitto radicale in corso tra visioni del mondo diverse. È inutile girarci attorno: modelli culturali, credenze religiose, rapporti tra generazioni, sforzi istituzionali sono distanti e fallimentari rispetto a ogni tentativo di ricomposizione di un conflitto che riguarda soprattutto i cittadini di una Europa che si riconosce in una cultura che la fonda e coloro i quali, anche se qui residenti, si riconoscono in altri valori e identità, con più frequenza appartenenti a un islam radicale e non adatto a convivere nei nostri Paesi.

Sono ormai 12 anni che gli attacchi islamisti insanguinano l’Europa con continuità, malgrado i nostri sforzi di contenimento.

E i Paesi europei hanno puntato sui processi integrativi e sui programmi di deradicalizzazione per cercare di ridurre il rischio: hanno brillato per fallimento su tutta la linea. Con una minaccia in aumento, a causa della sua imprevedibilità, diffusione e mimeticità.

Infatti, i segnali da cogliere per comprendere lo scenario non sono solo quelli che ci lasciano i terroristi ma anche quelli associati alle reazioni di chi spera che l’attentatore di Berlino «sia bianco e cristiano…» o che invita alla comprensione della rabbia sociale che lo avrebbe mosso: la cecità all’evidenza, cercata e voluta per salvare la propria ideologia è la più grande vulnerabilità alla sicurezza di tutti, che è minacciata dai terroristi che agiscono e da chi non vuole vedere.

Non dubito, attivisti e portavoce di Ong varie, che di bianchi e cristiani cattivi anche ce ne sono.

Però, il «nostro colore e la nostra religione» ha saputo sviluppare gli anticorpi per affrontare queste criticità, tanto è vero che non c’è alcuna istituzione europea che si richiama né al colore né alla religione per governare.

Eppure, un’altra parte del mondo, il più delle volte quella a cui si ispirano i terroristi islamisti, è satura di questa visione totalitaria etnica e religiosa. E vorrebbe esportarla, senza discussione o con la violenza. Non possiamo non vedere questo scenario, che non possiamo accettare.

Ma non dobbiamo tuttavia rinunciare a cercare di cambiarlo, cominciando noi a cambiare passo. Chiedendo la piena responsabilità per chi colpisce: nessuna attenuante anagrafica o culturale. Non concedendo alcuno sconto lungo il percorso di detenzione e nessun inutile processo di deradicalizzazione: una chimera che si giustifica solo nell’ideologia. Chiamando alla corrispondenza i referenti culturali e religiosi dell’Islam che devono pubblicamente disconoscere queste azioni: perché un Islam incapace di mediare le sue antiche radici con la storia di oggi non ha posto in Europa. Respingendo alibi ideologici che mascherano il servizio al prossimo, con l’affare economico o politico.

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29 Luglio 2026
Resilienza Portuale e Sicurezza Marittima: Proteggere i Nervi del Commercio in un’Epoca di Crisi

I recenti episodi di destabilizzazione nel Mar Rosso e le ripercussioni sui principali corridoi mercantili globali hanno riportato drammaticamente al centro del dibattito pubblico la questione della sicurezza marittima e della resilienza della logistica. In questo contesto, i sistemi portuali italiani – vero e proprio motore dell’export nazionale – si trovano a gestire pressioni senza precedenti, dovute non solo alla ridislocazione delle rotte commerciali, ma anche all’aumento esponenziale dei rischi connessi alla sicurezza fisica e digitale degli scali.

Vista aerea di un porto commerciale con container La congestione e la vulnerabilità dei nodi portuali possono innescare effetti a catena sull’intera economia di un Paese.

Un porto moderno è un ecosistema iper-connesso, un crocevia in cui convergono reti di trasporto terrestri, sistemi di movimentazione automatizzata, piattaforme doganali e reti elettriche. Questa complessità, se da un lato massimizza l’efficienza operativa, dall’altro amplifica la superficie di attacco. Un cyberattacco mirato ai sistemi OT (Operational Technology) di un terminal container non provocherebbe solo la perdita di dati, ma il blocco fisico delle operazioni di carico e scarico, con ricadute economiche immediate su tutta la filiera produttiva.

La protezione di queste infrastrutture non può più affidarsi esclusivamente alla tradizionale perimetrazione fisica (recinzioni, guardie, controlli doganali), per quanto questa rimanga fondamentale. È indispensabile l’adozione di un approccio integrato, fondato sul concetto di “Security by Design” all’interno dei Port Community Systems. Questo implica la condivisione strutturata delle informazioni di intelligence tra Autorità portuali, Capitanerie di porto, Forze dell’Ordine e operatori privati, per ottenere una visione situazionale comune.

Container impilati in un terminal con gru in movimento L’automazione dei terminal rende indispensabile un aggiornamento costante delle misure di sicurezza fisica e informatica.

Investire nella cybersecurity portuale e nella protezione fisica anti-sabotaggio non rappresenta un costo aggiuntivo per il sistema Paese, ma un’assicurazione strategica indispensabile. In un mondo caratterizzato dalla persistenza delle crisi, la capacità di mantenere aperti e funzionanti i propri nodi logistici costituisce il primo e più efficace strumento di deterrenza e di sicurezza nazionale.

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25 Luglio 2026