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Ci sono date che dividono la storia in un prima e in un dopo. L’11 settembre 2001 è una di queste. Quando si parla di quel giorno, inevitabilmente tutto ciò che viene prima sembra appartenere a un’altra epoca. Si parla della nascita della guerra globale al terrorismo, delle nuove misure di sicurezza negli aeroporti, delle guerre in Afghanistan e Iraq, della trasformazione dei servizi di intelligence, dei controlli alle frontiere e di un senso di vulnerabilità che, da allora, non ha più completamente abbandonato l’Occidente.
Ma c’è un aspetto che rischia di essere dimenticato: il 2001 non era iniziato come l’anno dell’11 settembre. Era iniziato come un anno qualunque. E nei mesi precedenti a quel giorno erano successe molte cose che raccontavano un mondo diverso: un mondo che continuava a costruire, innovare, collaborare e guardare avanti.
Il 2001 era il primo vero anno del nuovo millennio. La sensazione dominante, almeno in una parte del mondo occidentale, era quella di trovarsi davanti a una fase di trasformazione tecnologica e sociale. Internet stava entrando rapidamente nella vita quotidiana. I telefoni cellulari stavano diventando sempre più comuni. Le informazioni iniziavano a viaggiare con una velocità impensabile soltanto pochi anni prima.
Il mondo sembrava diventare più piccolo.
Non era ancora il mondo dei social network, degli smartphone e della connessione permanente. Ma ne stavano comparendo i primi segnali. E c’era ancora una certa fiducia nella tecnologia come strumento capace di migliorare la vita delle persone.
Nei primi mesi dell’anno, la cooperazione internazionale continuava a essere considerata uno degli strumenti fondamentali per affrontare i problemi globali. L’idea che i Paesi potessero affrontare insieme questioni come ambiente, povertà, sviluppo, salute e sicurezza non era affatto tramontata. Anzi, il nuovo secolo sembrava offrire la possibilità di rafforzarla.
Il mondo non era pacifico e non lo sarebbe mai stato. Ma la risposta ai problemi internazionali non era ancora dominata, nell’immaginario collettivo occidentale, dalla necessità di combattere una minaccia terroristica globale.
La sicurezza esisteva già. Ma non occupava lo stesso spazio nella vita quotidiana.
Il 15 gennaio 2001 venne lanciata Wikipedia. Oggi può sembrare un dettaglio, ma rappresenta perfettamente il cambiamento tecnologico e culturale che stava iniziando.
L’idea era semplice e rivoluzionaria: costruire un’enciclopedia libera attraverso la collaborazione degli utenti. Non esistevano ancora Facebook, YouTube o Instagram. Non esisteva il mondo dei contenuti prodotti continuamente da miliardi di persone.
Eppure, qualcosa stava già cambiando. La conoscenza cominciava a diventare sempre più accessibile.
Nel febbraio 2001 la sonda NEAR Shoemaker raggiunse l’asteroide Eros, diventando la prima missione a entrare in orbita attorno a un asteroide. Era un risultato scientifico straordinario.
Mentre sulla Terra il nuovo secolo muoveva i primi passi, l’umanità continuava a spingersi oltre i propri confini. La ricerca spaziale rappresentava ancora una delle espressioni più evidenti della fiducia nella scienza, nella tecnologia e nella capacità umana di esplorare ciò che non conosciamo.
Nel febbraio 2001 vennero pubblicati i primi risultati completi della sequenza del genoma umano. Era uno dei più grandi progetti scientifici della storia.
La possibilità di comprendere meglio il DNA umano apriva prospettive enormi nella ricerca medica: conoscere le malattie, comprenderne i meccanismi, sviluppare nuove terapie e avvicinarsi a una medicina sempre più personalizzata.
Il messaggio era potente: il XXI secolo poteva essere anche il secolo della biologia e della medicina.
Anche nello sport, nella cultura e nella vita quotidiana il mondo continuava a mescolarsi. Le competizioni internazionali, la musica, il cinema, i viaggi e la crescente diffusione delle comunicazioni globali stavano rendendo sempre più normale entrare in contatto con persone, culture e Paesi molto lontani.
La globalizzazione aveva naturalmente i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ma c’era una generazione che stava crescendo con un’idea sempre più naturale: il mondo poteva essere attraversato, conosciuto e condiviso.
Nel 2001 l’Unione Europea stava preparando uno dei cambiamenti più importanti della propria storia recente: l’introduzione dell’euro come moneta fisica, prevista per il 2002.
L’euro rappresentava qualcosa di più di una nuova valuta. Era il tentativo di trasformare l’integrazione europea in qualcosa di concretamente visibile nella vita quotidiana di milioni di persone. Un progetto nato dall’idea che Paesi che per secoli si erano combattuti potessero scegliere di condividere una parte della propria sovranità e costruire un futuro comune.
Questo è forse il punto più importante.
Raccontare il 2001 prima dell’11 settembre non significa sostenere che il mondo fosse pacifico. Non lo era. C’erano guerre, terrorismo, disuguaglianze, crisi economiche, dittature, conflitti etnici e tensioni internazionali.
Non esisteva una fantomatica età dell’oro.
Esisteva però qualcosa che oggi è più difficile da percepire: la sensazione che il futuro sarebbe stato soprattutto una questione di progresso.
Tecnologia. Scienza. Globalizzazione. Cooperazione. Comunicazione. Esplorazione.
Erano queste alcune delle parole con cui si poteva descrivere il futuro.
Poi arrivò l’11 settembre.
Alle 8:46 del mattino, ora di New York, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center. Diciassette minuti dopo, alle 9:03, il volo United Airlines 175 colpì la Torre Sud. Alle 9:37 un terzo aereo colpì il Pentagono. Alle 9:59 crollò la Torre Sud. Alle 10:03 il volo United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania. Alle 10:28 crollò la Torre Nord.
In poco meno di due ore, il mondo che milioni di persone avevano conosciuto la mattina precedente non esisteva più nello stesso modo.
Non erano scomparse la tecnologia, la scienza, la cooperazione internazionale o la voglia di viaggiare. Ma era cambiata la percezione del futuro.
Dopo l’11 settembre arrivarono nuove guerre. Arrivarono nuovi controlli. Cambiarono gli aeroporti. Cambiarono le procedure di sicurezza. Cambiarono le attività delle intelligence. Cambiarono le priorità dei governi.
Cambiarono anche parole che fino a quel momento avevano avuto un peso diverso: terrorismo, sicurezza nazionale, minaccia, radicalizzazione.
E cambiò qualcosa di più difficile da misurare.
La percezione dell’innocenza.
Il mondo non era diventato improvvisamente più pericoloso in ogni suo aspetto. Era diventato un mondo nel quale molte persone avevano imparato che anche ciò che sembrava impossibile poteva accadere.
Forse, quindi, l’11 settembre non rappresenta soltanto il giorno in cui sono state distrutte le Torri Gemelle. Rappresenta il momento in cui una parte del mondo occidentale ha smesso di immaginare il futuro esclusivamente come una linea di progresso.
Prima c’era la domanda:
“Quanto lontano possiamo arrivare?”
Dopo sarebbe diventata sempre più importante un’altra domanda:
“Quanto siamo al sicuro?”
Ed è probabilmente questa la trasformazione più profonda.
Il mondo del 10 settembre 2001 non era perfetto. Non era più innocente di quanto lo fosse realmente. Ma era un mondo che, almeno in parte, guardava avanti con fiducia.
Il giorno dopo avrebbe continuato a farlo.
Solo con molta più paura.
E forse è proprio per questo che vale la pena ricordare ciò che accadde prima.

Se osserviamo le cronache degli ultimi anni, emerge un filo conduttore che accomuna numerosi episodi di violenza giovanile, atti vandalici, baby gang e “challenge” estreme: la ricerca della visibilità.
Per molti adolescenti il confine tra vita reale e vita digitale è diventato sempre più sottile. L’approvazione del gruppo non passa più soltanto attraverso le relazioni faccia a faccia, ma viene misurata da follower, visualizzazioni e condivisioni. In questo contesto il riconoscimento sociale può trasformarsi in una vera e propria ricompensa psicologica.
Lo psicologo Albert Bandura descriveva già decenni fa come gran parte dei comportamenti venga appresa attraverso l’osservazione e l’imitazione di modelli percepiti come vincenti. Oggi questi modelli non sono più soltanto familiari, amici o personaggi televisivi: sono influencer, creator e coetanei che, spesso, ottengono notorietà proprio mostrando comportamenti trasgressivi o estremi.
Da un punto di vista criminologico, studiosi come David Canter sottolineano come la devianza sia il risultato dell’interazione tra caratteristiche individuali, ambiente sociale e opportunità. I social network rappresentano oggi una nuova opportunità: offrono un pubblico potenzialmente illimitato capace di trasformare un gesto impulsivo in un contenuto virale.
È in questo scenario che il bisogno di approvazione può assumere un ruolo determinante. Un giovane con un’identità ancora fragile può arrivare a considerare la notorietà come una forma di successo, indipendentemente dal modo in cui viene raggiunta. Non conta più soltanto fare qualcosa, ma farlo davanti a una telecamera.
Le cronache raccontano sempre più spesso di aggressioni filmate, atti di bullismo condivisi online, danneggiamenti registrati con lo smartphone, corse clandestine, impennate nel traffico cittadino e sfide sempre più pericolose. In molti casi la registrazione dell’evento non è una conseguenza dell’azione: ne diventa il vero obiettivo.
Il criminologo Adrian Raine, studiando le basi biologiche e ambientali del comportamento antisociale, evidenzia come predisposizioni individuali e contesto sociale possano sommarsi. Quando un adolescente vive in un ambiente povero di riferimenti educativi, sperimenta una forte ricerca di appartenenza e trova nei social una continua gratificazione immediata, il rischio di assumere comportamenti impulsivi può aumentare. Questo non significa che diventerà un criminale, ma che alcuni fattori di rischio tendono a rafforzarsi reciprocamente.
Anche il concetto di narcisismo assume qui una prospettiva diversa. Come sottolineava Otto Kernberg, dietro l’apparente sicurezza può celarsi una profonda fragilità identitaria. L’esibizione continua, il bisogno costante di essere notati e l’incapacità di tollerare l’indifferenza possono spingere alcuni giovani a cercare emozioni sempre più forti pur di mantenere l’attenzione del proprio pubblico digitale.

La criminologia moderna parla spesso di “ricompensa sociale”. Ogni visualizzazione, ogni condivisione e ogni commento positivo attivano meccanismi di gratificazione che il cervello adolescente, ancora in fase di sviluppo, tende a ricercare con particolare intensità. Il risultato è una progressiva normalizzazione del rischio: ciò che ieri sembrava impensabile oggi diventa una semplice occasione per ottenere qualche migliaio di visualizzazioni in più.
Per questo motivo il disagio giovanile non può essere affrontato esclusivamente come un problema psicologico né esclusivamente come una questione di ordine pubblico. È una sfida educativa e culturale che coinvolge famiglie, scuola, istituzioni, professionisti della salute mentale e piattaforme digitali.
La prevenzione più efficace non consiste nel demonizzare la tecnologia, ma nel costruire giovani capaci di distinguere il valore personale dalla popolarità online. Perché quando il bisogno di essere visti diventa più importante del rispetto per sé stessi e per gli altri, il rischio è che la ricerca di un “like” finisca per trasformarsi in una tragedia reale.
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DRONI PROTAGONISTI DEL NUOVO ORDINE MONDIALE.
Aspetti tecnici e psicologici nella prevenzione e gestione delle nuove minacce “ibride” alla collettività.
WORKSHOP del 19 giugno 2026, presso Palazzo Pirelli, Regione Lombardia, Milano
Un workshop organizzato e promosso dall’Associazione Consiglieri della Lombardia e dall’Associazione Forum Security a cui hanno preso parte 18 relatori nazionali e internazionali.
I PROTAGONISTI, LE COMPARSE E I PROXY DEL NUOVO ORDINE MONDIALE, Marta Ottaviani e Massimo Annati;
DRONES DON’T WORK ALONE, Valeria Gasik e Olha Nathayska;
DAL CAMPO DI BATTAGLIA ALL’INDUSTRIA, Simone Russo , Roberto Navoni e Andrea Provino;
DAL FOGLIO 83V LEONARDESCO ALLE NUOVE MINACCE PER L’AVIAZIONE CIVILE, Roberto Sergnese, Francesco Di Maio e Alessandra Coratella;
GEOPOLITICA DELLA DISTANZA, IL FATTORE UMANO TRA DRONI E DISTACCO PSICOLOGICO, Cristina Brasi, Emanuela F
Dyrmishi e Roberta Brivio ;
DIFESA CIVILE E MEDICAL INTELLIGENCE , Marco Filippi , Marco Serale, Angela Lazzarini e Alberto Caruso de Carolis
ETICA E RESILIENZA CIVILE, Cristian Ducu
L’Analisi e la sintesi del convegno attraverso la lettura degli interventi avvenuti nei panel disegnati per gruppi di relatori che hanno attraversato temi quali: il nuovo scenario geopolitico, la democratizzazione della tecnologia, il conflitto russo-ucraino come laboratorio strategico, una sicurezza sempre più multidisciplinare e il drone come simbolo del nuovo disordine mondiale.
L’Analisi mostra come il DRONE rappresenti molto più di una semplice innovazione Militare.
Esso è il simbolo di una trasformazione profonda dell’Ordine mondiale: riduce il valore esclusivo della superiorità Militare tradizionale, rende accessibili capacità prima riservate solo alle grandi potenze, introduce nuove forme di conflitto tecnologico, modifica il rapporto tra uomo, macchina e decisione. Il drone incarna una contraddizione fondamentale del nostro tempo: è contemporaneamente uno strumento di progresso e una fonte di nuove minacce. La sua diffusione dimostra che il POTERE nel XXI secolo non dipenderà soltanto dal possesso delle armi più avanzate ma, dalla capacità di governare la tecnologia, proteggerla e inserirla all’interno di un sistema politico e giuridico responsabile. Il futuro sarà quindi determinato non soltanto da chi costruirà i droni più sofisticati, ma da chi saprà creare le regole, le competenze e le istituzioni necessarie per controllarne l’impiego. Il drone non è soltanto una macchina Volante: è il punto d’incontro tra geopolitica, sicurezza, innovazione e responsabilità umana.
Coordinamento e l’organizzazione del workshop: Gianni Verga, Alessandro Patelli Maria Grazia Santini, Alessia Giovanola e Sergio Sirotti.
L’Evento è stato trasmesso in streaming
L’integrale trascrizione del workshop sarà disponibile sul sito www.forumsecurity.it
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