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Il processo di decarbonizzazione, pilastro delle politiche energetiche ed ambientali dell’Unione Europea, sta introducendo un nuovo e forse sottovalutato paradigma di rischio per la sicurezza nazionale: la dipendenza strategica dai materiali critici. Litio, cobalto, terre rare, nichel e rame sono i mattoni fondamentali su cui si costruisce il futuro energetico, ma la loro filiera di approvvigionamento presenta tassi di concentrazione geografica tali da configurare un evidente fattore di vulnerabilità.
A differenza del petrolio e del gas naturale, i cui mercati sono globali e diversificati, l’estrazione e la raffinazione dei materiali critici sono largamente monopolizzate da un numero ristretto di paesi. Questa asimmetria espone l’Italia e l’Europa al rischio di “weaponization” delle supply chain, ovvero l’uso dello strozzamento commerciale come leva di coercizione politica ed economica, un rischio acuito dai recenti scenari di conflitto ibrido.
La transizione verso l’accumulo energetico rende l’Europa dipendente da approvvigionamenti geograficamente concentrati.
Per il nostro Paese, fortemente manifatturiero e carente di risorse minerarie interne proprie, la questione si traduce in un problema di resilienza sistemica. Un’interruzione, anche temporanea, nelle forniture di componenti essenziali per l’elettronica di potenza potrebbe paralizzare interi comparti industriali e compromettere la stessa autonomia operativa delle forze armate e dei servizi di sicurezza.
Affrontare questa criticità richiede un approccio olistico che esula dalla pura logica di mercato. È necessario promuovere una vera e propria diplomazia delle risorse, stipulando accordi bilaterali con paesi terzi produttori, basati su standard di sostenibilità. Parallelamente, urge l’accelerazione sul fronte del riciclo dei materiali e sullo sviluppo di tecnologie chimiche alternative che riducano l’incidenza di alcuni elementi critici.
L’estrazione delle terre rare impatta pesantemente sulla geografia economica globale, creando nuovi monopoli strategici.
La transizione ecologica, per essere compiuta e duratura, deve innanzitutto essere una transizione sicura. Dobbiamo assicurarci che la cura del pianeta non diventi, paradossalmente, il fattore di rischio che ne mette a repentaglio la sovranità e la stabilità economica.
Nota: i contenuti possono essere realizzati, in tutto o in parte, con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e sottoposti a revisione umana. Le informazioni sono fornite a scopo esclusivamente informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza né indicazioni operative. L’associazione declina ogni responsabilità per eventuali inesattezze, omissioni o conseguenze derivanti dall’utilizzo delle informazioni pubblicate.

Di Dott. Marco Filippi
Un anno fa sostenevo che il punto decisionale critico della Russia in Ucraina potesse trasformarsi in un triangolo:
mobilitazione – accettazione strategica – escalation.
Il nostro modello, però, non ha mai considerato probabile l’impiego nucleare tattico. Dopo Operation Spider Web stimavamo il first use russo intorno al 7% nei sei mesi successivi; dopo gli strike sul Crimea Bridge e sugli assetti navali circa 10%; dopo il leak Skyfall circa 11%.
La coercizione nucleare e mediatica era invece già sopra il 50%, mentre una detonazione puramente dimostrativa rimaneva nell’ordine di pochi punti percentuali.
La distinzione era fondamentale:
signalling probabile; impiego sul campo improbabile.
Oggi il dato interessante non è un singolo indicatore.
È la loro convergenza.
L’economia russa mostra crescente compressione: crescita indebolita, deficit superiore alle previsioni, utilizzo di yuan e oro per sostenere la spesa pubblica.
Non parlerei ancora di collasso economico, ma di riduzione dell’elasticità strategica.
Parallelamente, l’Ucraina sta imponendo costi sempre più profondi: raffinerie, infrastrutture energetiche e grandi nodi logistici, compresi Wildberries e Ozon, vengono colpiti con crescente continuità.
Mosca ha persino autorizzato l’intervento temporaneo dello Stato sulle infrastrutture critiche considerate insufficientemente protette.
Poi c’è il personale.
Zelensky sostiene che Mosca potrebbe mobilitare altri 300.000 uomini dopo le elezioni parlamentari di settembre. È intelligence ucraina non indipendentemente confermata, ma coincide quasi perfettamente con il dilemma che avevamo individuato.
Gli indicatori originari erano concreti:
moduli nucleari anomali nelle esercitazioni; NOTAM Artico/Novaja Zemlja; attività 12ª GUMO e depositi; nuove red lines sugli strike in profondità; variazioni della prudenza nucleare cinese; movimenti persistenti di oro e rischio assicurativo nel Mar Nero.
Oggi si sovrappongono altri domini: compressione economica, necessità di uomini, strike ucraini sempre più profondi, retorica nucleare più aggressiva verso il Regno Unito e vulnerabilità della componente aerea strategica.
Il 25 agosto un USAF C-17 Globemaster III porta a Mosca il direttore CIA John Ratcliffe.
Kyiv avrebbe ricevuto la richiesta di sospendere temporaneamente alcuni strike a lungo raggio. Ratcliffe incontra i vertici dell’intelligence russa e Putin viene immediatamente informato.
Il precedente noto più vicino: William Burns, novembre 2021.
Aggiungiamo attrito, perdite e difficoltà di dispersione della componente bombardieri strategici e l’insolita visita di Putin a Iturup il 13 agosto.
E qui torna un indicatore che avevamo già individuato: la dispersione strategica.
La persistente attività sismica e l’esposizione a tsunami della Kamchatka non sono indicatori nucleari. Ma possono complicare infrastrutture, continuità e capacità di dispersione nell’Estremo Oriente proprio mentre la ridondanza degli assetti strategici assume maggiore valore.
STIMA ANALITICA AGGIORNATA
Coercizione/signalling nucleare: ~65–70%
Mobilitazione aggiuntiva significativa entro l’autunno: ~55–65%
Evento nucleare dimostrativo: ~5–7%
Impiego nucleare tattico nei prossimi sei mesi: ~12–15%
Sono stime analitiche strutturate, non forecast statistici.
La domanda quindi non è più soltanto:
“La Russia userà un’arma nucleare tattica?”
Ma:
“Mobilitazione, compressione economica, vulnerabilità delle forze strategiche e coercizione nucleare stanno iniziando a rafforzarsi reciprocamente?”
La mia valutazione rimane che l’impiego nucleare tattico sia improbabile.
Ma rispetto al nostro precedente 7 → 10 → 11%, il vettore di rischio è salito, e non di poco.
Il percorso dominante resta molto più probabilmente quello della coercizione nucleare, del signalling e della manipolazione della soglia di escalation.
Nello strategic warning, correlazione non significa previsione.
Ma la convergenza conta.
di Dr. Marco Filippi
La NATO ha annunciato l’acquisizione del Maven Smart System di Palantir il 14 aprile 2025. Il 10 settembre 2026, NVIDIA e Palantir hanno annunciato un’iniziativa di AI sovrana per le filiere di approvvigionamento critiche. L’integrazione militare e l’impiego civile avanzano insieme. Fonti: NATO; NVIDIA.
Nel frattempo, i titoli legati all’AI subiscono revisioni delle valutazioni: l’11 settembre Barron’s riportava che Palantir aveva perso l’11% dall’inizio del mese. Valutazioni finanziarie e capacità tecniche seguono tempi diversi: un ribasso in borsa non dimostra un fallimento tecnologico. Fonte: Barron’s.
Le comunità tecniche e scientifiche avevano già segnalato questi rischi. Nel 2024, la ricerca esaminava la proliferazione di capacità militari attraverso i modelli fondazionali commerciali. Fonte: Khlaaf e colleghi.
Il rapporto Anthropic del 10 settembre descrive ora tentativi di sviluppo missilistico nel nord dello Yemen, in territorio controllato dagli Houthi. La precisione conta: riferisce un test fallito di un razzo guidato, NON ICBM funzionanti. Documenta inoltre cinque casi di utilizzo dell’AI potenzialmente utili allo sviluppo di armi biologiche, non la loro produzione accertata. Fonte: Anthropic.
La mirror life rimane una frontiera irrisolta. Nel 2024 gli scienziati avvertivano che batteri speculari autoreplicanti potrebbero minacciare le difese immunitarie e gli ecosistemi. Questi organismi non vanno confusi con le molecole speculari già esistenti, né presentati come un programma di armamento basato sull’AI. Fonte: Stanford.
La mia tesi è che, al di là dei dati di addestramento e dei guardrail, stiamo addestrando e impiegando l’AI durante una transizione segnata dalla bellicosità umana. Priorità della ricerca, finanziamenti, incentivi e domanda militare ne orientano la traiettoria.
L’AI ha radici accademiche, commerciali e militari intrecciate. In questo contesto, la sua militarizzazione era prevedibile. Trattarla come una deviazione inattesa significa ignorare il contesto che abbiamo creato.
Tematica che porto avanti da molti anni qua sui social, dai tempi della mia partecipazione alla Commissione Etica del progetto EU Aligner.
Parallelamente, i ricercatori civili stanno ampliando le proprie capacità. Uno studio pubblicato su Nature nel 2026 associa l’adozione dell’AI a una maggiore produzione scientifica e a un maggiore impatto, avvertendo però che il campo di esplorazione collettivo della ricerca si restringe. La produttività non si traduce automaticamente in scoperta. Fonte: Nature.
La mia ipotesi: l’AI potrebbe ridurre alcune componenti del divario epistemico tra ricercatori civili e istituzioni militari. Restano le differenze nell’accesso a intelligence classificata, laboratori, logistica e capacità operative.
Mentre gruppi commerciali contribuiscono allo sviluppo e all’adattamento dell’AI militare, restrizioni indiscriminate sui ricercatori civili rischiano di indebolire la difesa civile, la preparazione CBRNe e la biodifesa.
Servono salvaguardie differenziate: verifica dell’identità e delle competenze; valutazione delle finalità e dei rischi del progetto; accesso controllato e proporzionato alle capacità; utilizzo verificabile con tutela della riservatezza; supervisione indipendente e possibilità di ricorso.
I ricercatori indipendenti devono poter accedere attraverso un percorso credibile, che vada oltre l’affiliazione istituzionale. L’etichetta civile non garantisce la sicurezza; quella militare non garantisce automaticamente la legittimità.
Proteggiamo la società preservandone la capacità di comprendere, individuare e contrastare le minacce.
