By Dott. Filippi Marco
Le recenti vicende riguardanti persone decedute o gravemente ferite durante o dopo interventi delle Forze di Polizia, così come i numerosi operatori rimasti feriti nei disordini della Val di Susa e di Bologna, hanno riportato al centro dell’attenzione un tema delicato che merita molto più della consueta contrapposizione tra tifoserie.
Servono prudenza, metodo scientifico e competenza.
Ogni evento è diverso dall’altro e solo gli accertamenti medico-legali e giudiziari possono ricostruire con precisione cause, concause ed eventuali responsabilità. Parlare genericamente di “soffocamento”, “compressione toracica”, “morte in custodia” o “contenzione” senza una valutazione clinica e forense completa rischia di banalizzare fenomeni fisiopatologici complessi.
Il caso George Floyd ha inevitabilmente modificato la sensibilità internazionale su questi temi, ma sarebbe un errore trasferire automaticamente quel paradigma alla realtà italiana, caratterizzata da un diverso quadro normativo, operativo, addestrativo e di controllo.
Anche il nostro Paese ha conosciuto casi complessi, come quelli di Stefano Cucchi e Riccardo Magherini a Firenze. Quest’ultimo dimostra quanto sia rischioso trasformare un fatto di cronaca in una sentenza mediatica: il lungo iter giudiziario e gli approfondimenti medico-legali hanno restituito un quadro molto più articolato rispetto alle prime ricostruzioni, mentre la successiva giurisprudenza europea ha richiamato l’attenzione soprattutto sulla necessità di migliorare procedure, formazione e gestione della contenzione. È un richiamo che dovrebbe essere letto come uno stimolo a crescere, non come una contrapposizione tra cittadini e Forze dell’Ordine.
La mia convinzione, maturata in oltre vent’anni di attività nella medicina tattica e nella formazione, è semplice: la risposta non è cercare un colpevole prima della fine delle indagini, ma ridurre la probabilità che questi eventi possano verificarsi.
Tra il 2003 e il 2008, durante la mia esperienza presso la Croce Rossa Italiana – Ufficio Soccorsi Speciali, abbiamo sviluppato programmi formativi rivolti anche agli ATPI e alla Polizia di Stato, con risultati estremamente positivi nell’integrazione tra sicurezza operativa e soccorso sanitario.
Le successive esperienze nei progetti XXI con UNUCI, Arma dei Carabinieri, CADMI, UNSI e Brigata Folgore, così come i corsi IPHMI dedicati alle lesioni da folla, da molotov, da laser e da bomba carta e agli scenari ad alta intensità, hanno confermato che il linguaggio comune tra operatori sanitari e Forze di Polizia salva vite.
Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito a qualcosa di estremamente positivo: sempre più agenti della Polizia di Stato, Carabinieri, Finanzieri e militari hanno salvato vite grazie alla diffusione delle competenze BLSD, all’impiego precoce del defibrillatore e all’applicazione dei protocolli Stop the Bleed. Interventi tempestivi su arresti cardiaci, emorragie massive e traumi hanno dimostrato che la formazione sanitaria non è un accessorio dell’operatore della sicurezza, ma parte integrante della sua missione di tutela della vita.
Questi episodi rappresentano forse il miglior esempio di collaborazione civile e militare degli ultimi anni: medici, infermieri, soccorritori e operatori della sicurezza che condividono protocolli, addestramento, terminologia e obiettivi. Quando la formazione è comune, aumenta la sicurezza di tutti.

Per questo credo sia giunto il momento di compiere un ulteriore passo avanti, introducendo un protocollo nazionale di valutazione clinica immediata dopo il contenimento, affidato al personale delle Forze di Polizia adeguatamente formato secondo i principi del TECC (Tactical Emergency Casualty Care). Non per sostituire il sistema sanitario, ma per riconoscere precocemente quei segni clinici che impongono un’immediata medicalizzazione prima dell’ingresso nelle camere di sicurezza o nei percorsi di custodia. Parimenti un protocollo di valutazione ed intervento per il personale soccorritore e per quello sanitario, basato su evidenze, e con percorsi congiunti se non di formazione, almeno di addestramento, superando l’inutile diatriba, di quale sia la corretta composizione dell’equipaggio in supporto alle FF.OO; elemento dettato ormai dalle circostanze e non dalle velleità sistemiche di un “118” ormai “112”, in crisi su numeri di volontari e di sanitari disponibili.
Allo stesso tempo, ritengo che le procedure di Tactical Medical Support elaborate e sperimentate negli anni insieme alle Scuole della Polizia di Stato di Nettuno e Bari e con la Guardia di Finanza dell’Aquila debbano oggi essere aggiornate. Gli scenari di ordine pubblico, le tecniche antagoniste, la medicina tattica e le evidenze scientifiche evolvono continuamente: anche la formazione deve evolvere.
Proteggere chi interviene e proteggere chi viene fermato non sono due obiettivi in conflitto. Sono la stessa missione.
Se gli operatori oggi salvano sempre più vite con il BLSD, con gli emostatici, con i tourniquet e con lo Stop the Bleed, significa che la strada della formazione interdisciplinare è quella giusta. Continuiamo a percorrerla, estendendola anche alla gestione delle persone in custodia, affinché ogni intervento sia sempre più sicuro, per tutti.
Più formazione. Più medicina. Più ricerca. Più addestramento congiunto. Più protocolli condivisi. Meno slogan.
Ci aspetta una stagione molto, molto difficile per ordine pubblico, situazione geo-economica, e guerra cognitiva.
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