Violenza giovanile: Dal bisogno di apparire al rischio di comportamenti devianti

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Se osserviamo le cronache degli ultimi anni, emerge un filo conduttore che accomuna numerosi episodi di violenza giovanile, atti vandalici, baby gang e “challenge” estreme: la ricerca della visibilità.

Per molti adolescenti il confine tra vita reale e vita digitale è diventato sempre più sottile. L’approvazione del gruppo non passa più soltanto attraverso le relazioni faccia a faccia, ma viene misurata da follower, visualizzazioni e condivisioni. In questo contesto il riconoscimento sociale può trasformarsi in una vera e propria ricompensa psicologica.

Lo psicologo Albert Bandura descriveva già decenni fa come gran parte dei comportamenti venga appresa attraverso l’osservazione e l’imitazione di modelli percepiti come vincenti. Oggi questi modelli non sono più soltanto familiari, amici o personaggi televisivi: sono influencer, creator e coetanei che, spesso, ottengono notorietà proprio mostrando comportamenti trasgressivi o estremi.

Da un punto di vista criminologico, studiosi come David Canter sottolineano come la devianza sia il risultato dell’interazione tra caratteristiche individuali, ambiente sociale e opportunità. I social network rappresentano oggi una nuova opportunità: offrono un pubblico potenzialmente illimitato capace di trasformare un gesto impulsivo in un contenuto virale.

È in questo scenario che il bisogno di approvazione può assumere un ruolo determinante. Un giovane con un’identità ancora fragile può arrivare a considerare la notorietà come una forma di successo, indipendentemente dal modo in cui viene raggiunta. Non conta più soltanto fare qualcosa, ma farlo davanti a una telecamera.

Le cronache raccontano sempre più spesso di aggressioni filmate, atti di bullismo condivisi online, danneggiamenti registrati con lo smartphone, corse clandestine, impennate nel traffico cittadino e sfide sempre più pericolose. In molti casi la registrazione dell’evento non è una conseguenza dell’azione: ne diventa il vero obiettivo.

Il criminologo Adrian Raine, studiando le basi biologiche e ambientali del comportamento antisociale, evidenzia come predisposizioni individuali e contesto sociale possano sommarsi. Quando un adolescente vive in un ambiente povero di riferimenti educativi, sperimenta una forte ricerca di appartenenza e trova nei social una continua gratificazione immediata, il rischio di assumere comportamenti impulsivi può aumentare. Questo non significa che diventerà un criminale, ma che alcuni fattori di rischio tendono a rafforzarsi reciprocamente.

Anche il concetto di narcisismo assume qui una prospettiva diversa. Come sottolineava Otto Kernberg, dietro l’apparente sicurezza può celarsi una profonda fragilità identitaria. L’esibizione continua, il bisogno costante di essere notati e l’incapacità di tollerare l’indifferenza possono spingere alcuni giovani a cercare emozioni sempre più forti pur di mantenere l’attenzione del proprio pubblico digitale.

La criminologia moderna parla spesso di “ricompensa sociale”. Ogni visualizzazione, ogni condivisione e ogni commento positivo attivano meccanismi di gratificazione che il cervello adolescente, ancora in fase di sviluppo, tende a ricercare con particolare intensità. Il risultato è una progressiva normalizzazione del rischio: ciò che ieri sembrava impensabile oggi diventa una semplice occasione per ottenere qualche migliaio di visualizzazioni in più.

Per questo motivo il disagio giovanile non può essere affrontato esclusivamente come un problema psicologico né esclusivamente come una questione di ordine pubblico. È una sfida educativa e culturale che coinvolge famiglie, scuola, istituzioni, professionisti della salute mentale e piattaforme digitali.

La prevenzione più efficace non consiste nel demonizzare la tecnologia, ma nel costruire giovani capaci di distinguere il valore personale dalla popolarità online. Perché quando il bisogno di essere visti diventa più importante del rispetto per sé stessi e per gli altri, il rischio è che la ricerca di un “like” finisca per trasformarsi in una tragedia reale.

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