Quando qualcuno dice “non ce la faccio più”, non liquidiamolo con “passerà”

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Settembre è il mese in cui si torna a parlare con particolare attenzione di prevenzione del suicidio. È un tema difficile, che spesso mette a disagio, ma proprio per questo non può essere lasciato nel silenzio. Perché dietro i numeri ci sono persone, famiglie, amici, colleghi e comunità che ogni giorno si confrontano con una sofferenza che non sempre riescono a vedere o comprendere.

In Italia, dopo oltre un decennio di diminuzione, i decessi per suicidio hanno ripreso ad aumentare tra il 2020 e il 2021 e l’incremento è stato particolarmente evidente tra i più giovani. Nel 2022 sono stati registrati 3.874 decessi per suicidio, 13,6% dei quali riguardava persone tra i 15 e i 34 anni. Sono numeri che non possono lasciarci indifferenti.

Ma parlare di suicidio non significa parlare soltanto di numeri. Significa parlare di persone che, in un determinato momento della loro vita, possono arrivare a percepire il dolore come qualcosa di impossibile da sopportare.

E quel dolore può avere moltissimi volti.

Può essere quello di un ragazzo perseguitato dal bullismo, che ogni giorno entra a scuola con la paura di quello che troverà. Può essere quello di una persona continuamente umiliata sui social, oppure vittima di cyberbullismo. Può essere quello di chi subisce la diffusione non consensuale di immagini intime e si ritrova improvvisamente esposto, minacciato e giudicato. Può essere quello di chi perde il lavoro, di chi non riesce più a sostenere una situazione economica, di chi vive una separazione, una perdita, una solitudine profonda o semplicemente la sensazione di non essere più necessario a nessuno.

Sono situazioni diverse, ma possono produrre la stessa terribile sensazione: essere rimasti soli davanti a qualcosa che sembra più grande di noi.

Ed è proprio qui che dobbiamo imparare ad ascoltare.

Quando qualcuno dice “non ce la faccio più”, non sappiamo necessariamente cosa ci sia dietro quelle parole. Potrebbe essere uno sfogo, ma potrebbe anche essere una richiesta d’aiuto. Quando una persona ci dice che non vede più una soluzione, non dovremmo rispondere con “passerà”, “devi essere forte” o “c’è chi sta peggio”. Anche se pronunciate con le migliori intenzioni, certe frasi possono far sentire ancora più soli.

Non dobbiamo avere la soluzione. Dobbiamo avere la disponibilità ad ascoltare.

A volte aiutare significa semplicemente sedersi accanto a qualcuno, lasciare che parli senza interromperlo e senza giudicarlo. Significa chiedere “come stai davvero?” e avere la pazienza di ascoltare la risposta. Significa non vergognarsi di dire “non so come aiutarti, ma non ti lascio solo”.

E significa anche sapere quando è il momento di coinvolgere qualcuno che possa intervenire concretamente.

ANCHE LE FORZE DELL’ORDINE POSSONO ESSERE PARTE DELLA RETE DI AIUTO

Quando pensiamo alle forze dell’ordine, siamo abituati a immaginare interventi legati alla sicurezza, alla criminalità e alle emergenze. Esiste però un’altra dimensione del loro lavoro, meno raccontata ma altrettanto importante: entrare in contatto con persone che stanno attraversando un momento di estrema vulnerabilità.

Una pattuglia può arrivare quando qualcuno ha chiamato perché una persona è in pericolo. Può trovare davanti a sé qualcuno arrabbiato, disperato, spaventato o completamente chiuso in se stesso. In quei momenti non servono soltanto procedure e capacità operative. Servono calma, attenzione, capacità di comunicare e, soprattutto, la capacità di ascoltare.

Ascoltare non significa sostituirsi a uno psicologo o a un medico. Significa creare, in quei pochi minuti, uno spazio nel quale una persona possa sentirsi vista e considerata. Significa non trattare automaticamente la sofferenza come un problema da “gestire”, ma riconoscere che dall’altra parte c’è una persona che sta vivendo uno dei momenti più difficili della propria vita.

Le forze dell’ordine possono contribuire a mettere in sicurezza la situazione, mantenere il contatto con la persona, proteggere chi è coinvolto e attivare i soccorsi sanitari quando necessario. In un’emergenza, chiamare il 112 significa permettere alla rete di soccorso di intervenire e di portare quella persona verso l’aiuto di cui ha bisogno.

Ma forse c’è qualcosa di ancora più importante da ricordare: non dobbiamo aspettare che una situazione diventi drammatica per prendere sul serio la sofferenza.

La prevenzione comincia molto prima.

Comincia quando un insegnante decide di non ignorare un ragazzo che viene isolato. Quando un genitore ascolta senza giudicare. Quando un collega si accorge che qualcosa è cambiato. Quando un amico non liquida con una battuta una frase che lo ha preoccupato. Quando una vittima di revenge porn viene aiutata invece di essere accusata. Quando qualcuno trova il coraggio di dire “ho bisogno di aiuto” e dall’altra parte trova qualcuno disposto ad ascoltare.

Perché chiedere aiuto non è una debolezza.

A volte è il gesto più difficile che una persona riesca a compiere.

E forse dovremmo smettere di chiederci perché qualcuno non abbia avuto la forza di andare avanti e cominciare a chiederci quante volte, prima di arrivare a quel punto, abbia provato a chiedere aiuto senza sentirsi veramente ascoltato.

Non possiamo risolvere tutti i problemi. Non possiamo cancellare una violenza, un lutto, una perdita, una situazione economica difficile o anni di sofferenza. Possiamo però evitare che una persona debba affrontarli completamente da sola.

Possiamo ascoltare. Possiamo restare. Possiamo chiedere aiuto.

E quando necessario possiamo chiamare chi ha gli strumenti per intervenire.

Perché dietro ogni richiesta d’aiuto c’è una persona che, nonostante tutto, sta ancora cercando qualcuno a cui affidare una parte del proprio peso.

Prendiamoci il tempo per ascoltarla. Potrebbe essere molto più importante di quanto immaginiamo.

Se una persona è in pericolo immediato, non va lasciata sola: è necessario chiamare il 112 e seguire le indicazioni degli operatori dell’emergenza.