Il fiume non è una piscina: conoscere il rischio per salvare vite

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di Dott.sa Alessia Giovanola


Non sono cinica, sono semplicemente realista…
Non si può morire così, una domenica pomeriggio, con la famiglia, mentre sei a cercare un po’ di refrigerio dalla calura.
Annegare in un fiume comprende una mancanza totale delle precauzioni sulla banale sopravvivenza umana.
Se non sai nuotare bene, in un fiume non entri, soprattutto accanto ad una pozza profonda
L’acqua, per quanto bassa possa essere 2 metri più in là, è mossa, è fredda, è insidiosa.
Oggi al sole a Romagnano Sesia ci sono 34°, ma se rimani fisso sotto al sole, il corpo si surriscalda e in acqua più profonda patisce lo shock termico a prescindere dalla motivazione per cui entri in acqua.
Il nostro sistema circolatorio si contrae, l’ossigeno arriva lentamente al cervello che si spegne… e se sei in acqua e perdi i sensi, nulla impedirà a questa di riempirti i polmoni.
E così accadrà a chi si butterà per cercare di salvarti, creando una catena di immaginabili disastri.
Questo accade anche a chi dice di saper nuotare… ma se sei incosciente, non ti servirà a nulla. Figuriamoci poi a chi non sa nuotare.
Non so se è una triste premonizione o se sono semplicemente abituata ad osservare scenari critici con l’occhio del soccorritore… ma l’anno scorso, camminando sul Sesia, in un luogo dove vedevo spesso “bagnanti”, mi chiedevo perché non ci fossero, almeno sulla sponda di Romagnano Sesia, dei dispositivi di salvataggio usabili da chiunque nell’immediato…
Poi purtroppo ho ricordato i tristi tempi che corrono, dove molta gente idiota e irrispettosa li ruberebbe o li butterebbe nel Sesia, rendendoli inutili in caso di bisogno.

Ogni estate questa storia si ripete. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma il finale resta sempre lo stesso. E la cosa più triste è che, nella maggior parte dei casi, non si tratta di fatalità imprevedibili, ma di eventi prevenibili.

Il fiume viene spesso percepito come più sicuro del mare. L’acqua sembra calma, la riva è vicina, il fondale appare basso. È un’illusione.

Un fiume è un ambiente dinamico: il fondo cambia continuamente, possono esserci buche profonde pochi metri dopo una secca, correnti di ritorno, mulinelli creati da piloni, rocce sommerse, alberi trascinati dalle piene e improvvisi dislivelli. L’acqua può essere limpida in superficie ma nascondere pericoli completamente invisibili.

A tutto questo si aggiunge la temperatura. Anche dopo giornate torride, l’acqua dei fiumi può mantenersi su valori molto inferiori rispetto alla temperatura corporea. L’immersione improvvisa provoca una risposta fisiologica che può determinare iperventilazione incontrollata, vasocostrizione e, nei soggetti predisposti, anche perdita di coscienza o arresto cardiaco. Non è necessario avere una malattia per andare incontro a uno shock da immersione: basta una combinazione di caldo intenso, sforzo fisico e ingresso improvviso in acqua fredda.

Saper nuotare non rende immuni da questi fenomeni. Se il corpo va in crisi, anche il miglior nuotatore può non riuscire più a mantenere il controllo.

Un altro elemento ricorrente riguarda le persone straniere che, soprattutto durante l’estate, rimangono vittime di annegamento nei fiumi italiani. Parlare di questo non significa cercare un colpevole, ma comprendere un fenomeno per prevenirlo.

Le analisi dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che, nelle acque interne, la grande maggioranza degli immigrati deceduti era costituita da persone che non sapevano nuotare o che avevano una preparazione acquatica insufficiente. Molti provenivano da contesti in cui il nuoto non rappresenta una competenza diffusa e, soprattutto, non conoscevano le caratteristiche dei corsi d’acqua italiani. Nel rapporto analizzato dall’ISS, circa l’89% degli annegamenti degli immigrati nelle acque interne riguarda proprio non nuotatori trascinati dalla corrente o persone che si sono tuffate senza valutarne profondità e pericoli.

È quindi un problema di conoscenza del rischio, di cultura della sicurezza e, spesso, di eccessiva fiducia nelle proprie capacità. Lo stesso Ministero della Salute evidenzia come negli ultimi anni sia aumentata la quota di vittime straniere proprio perché molte non possiedono adeguate capacità natatorie.

I numeri parlano chiaro. In Italia si registrano mediamente circa 350 morti per annegamento ogni anno, oltre 800 ricoveri e circa 60.000 interventi di salvataggio. Circa l’80% delle vittime è di sesso maschile e una quota importante degli incidenti avviene proprio nelle acque interne, come fiumi, torrenti e laghi.

Il punto che molti non comprendono è che il tempo è il vero nemico.

Quando una persona scompare sott’acqua, i minuti disponibili prima che il danno cerebrale diventi irreversibile sono pochissimi. In un fiume, la corrente può trascinare il corpo decine o centinaia di metri in meno di un minuto, rendendo estremamente difficile individuarlo.

Anche chiamando immediatamente il numero di emergenza, nessun equipaggio specializzato può materializzarsi sul posto. Il tempo necessario alla chiamata, all’attivazione dei soccorsi, all’arrivo dei mezzi, all’individuazione del punto corretto di accesso al fiume e all’ingresso in acqua fa sì che, nella maggior parte dei casi, il recupero avvenga quando le possibilità di sopravvivenza sono ormai ridotte al minimo. I sommozzatori, quando vengono impiegati, operano spesso in condizioni di visibilità nulla, con correnti e fondali estremamente complessi.

Per questo la prevenzione resta l’unica vera forma di salvataggio.

Non entrare in acqua se non si sa nuotare, evitare tuffi in luoghi sconosciuti, non sottovalutare la corrente, non fare il bagno da soli, non tentare salvataggi improvvisati entrando in acqua e chiamare immediatamente i soccorsi utilizzando, se disponibili, mezzi di fortuna come corde, rami o salvagenti, sono comportamenti che possono fare la differenza tra una giornata d’estate e una tragedia.

Perché il fiume non concede seconde possibilità. E quando qualcuno urla “aiuto”, molto spesso è già troppo tardi.