Di Valerio Valenti
Non so voi ma io avverto ormai un’ossessione che sta asfissiando il dibattito pubblico: l’idea che ogni parola, ogni analisi, ogni dato debba necessariamente implicare uno schierarsi da una parte o da un’altra.
Se dici che i flussi migratori sono aumentati allora vuol dire che sei razzista o che critichi il governo. Dici che le politiche di accoglienza hanno dei costi? Sei di destra. Se dici che il PIL è cresciuto allora stai difendendo il governo e se invece constati che la povertà è aumentata allora lo stai attaccando e sei di sinistra.
Questa logica non è pensiero critico è pigrizia intellettuale travestita da vigilanza politica.
Ho imparato, con il passare del tempo, che la realtà ha la fastidiosa abitudine di essere complessa. Ogni fenomeno, ogni fatto può avere cause multiple, effetti contraddittori, letture legittime e diverse senza che nessuna di esse equivalga a una dichiarazione di fedeltà tribale né, tantomeno, di verità assoluta.

Quando trasformiamo ogni affermazione in un atto di parte, non stiamo proteggendo nessuno: stiamo semplicemente rendendo impossibile ragionare insieme ed il consequenziale risultato è che chi analizza smette di farlo onestamente e inizia a dosare le verità in base a chi potrebbe avvantaggiare.
E così finisce che chi ascolta non valuta gli argomenti, ma cerca la fonte per decidere se credere o no. Il contenuto diventa quasi irrilevante. Conta solo il colore della maglia.
Alla fine questo atteggiamento si tramuta nella morte del discorso come strumento di conoscenza.
Io penso, invece, ostinatamente, che un’idea non appartiene a nessuno. Un dato non ha tessera di partito. E chi insiste a etichettare ogni pensiero come alleato o nemico non sta difendendo i propri valori: sta solo evitando di pensare.