Quando pensiamo alle ondate di calore immaginiamo disidratazione, colpi di calore e persone anziane in difficoltà. Sono gli effetti più evidenti, quelli che vediamo raccontati ogni estate dai media e che, purtroppo, conosciamo bene anche come operatori del soccorso.
Ma esiste un’altra emergenza, molto meno visibile: quella che riguarda il cervello e la salute mentale.
Un recente approfondimento pubblicato da Focus, basato sulle più recenti evidenze scientifiche, ricorda come le temperature elevate influenzino direttamente il nostro equilibrio psicologico, aumentando il rischio di ansia, irritabilità, depressione, insonnia e peggiorando numerosi disturbi psichiatrici già presenti.
Non si tratta di una semplice sensazione di disagio.
È fisiologia.
Il cervello umano lavora in un intervallo di temperatura estremamente ristretto. Quando l’organismo deve impiegare grandi quantità di energia per disperdere il calore attraverso sudorazione e vasodilatazione, diminuisce la capacità di mantenere elevate prestazioni cognitive. L’attenzione cala, aumenta l’affaticamento mentale, peggiorano memoria e capacità decisionale. È uno dei motivi per cui durante le ondate di calore aumentano gli incidenti domestici, gli infortuni sul lavoro e persino gli errori professionali.
Il problema diventa ancora più importante durante le cosiddette “notti tropicali”, quando la temperatura non scende sotto i 20 °C. Il sonno perde qualità, diminuisce la fase profonda e il cervello non riesce a recuperare completamente. Dopo alcuni giorni consecutivi di scarso riposo iniziano a comparire irritabilità, ridotta concentrazione, alterazioni dell’umore e maggiore impulsività.
Diversi studi internazionali mostrano inoltre una correlazione tra caldo estremo e incremento degli accessi ai Pronto Soccorso per crisi psichiatriche, episodi di agitazione, abuso di sostanze e comportamenti suicidari. Alcuni farmaci utilizzati per depressione, schizofrenia e disturbo bipolare possono inoltre ridurre la capacità dell’organismo di dissipare il calore, aumentando ulteriormente il rischio clinico.
Il cambiamento climatico rende questo scenario sempre più frequente.
Secondo Copernicus e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente. Le ondate di calore sono oggi più lunghe, più intense e più frequenti rispetto a vent’anni fa. Dal 2000 la mortalità correlata al caldo è aumentata di circa il 30% nella Regione Europea dell’OMS e circa il 94% delle regioni europee monitorate mostra un incremento dei decessi attribuibili alle alte temperature.
I numeri raccontano una storia impressionante.
Nel 2003 la grande ondata di calore europea provocò circa 70.000 morti.
Nel 2022 sono stati stimati oltre 61.000 decessi legati al caldo in Europa.
Tra il 2000 e il 2019 gli studi epidemiologici stimano mediamente circa 489.000 morti ogni anno nel mondo attribuibili alle alte temperature, di cui circa il 36% in Europa. La mortalità nelle persone oltre i 65 anni è aumentata di circa l’85% confrontando i primi anni Duemila con il periodo 2017-2021.
La maggior parte di queste persone non muore per un classico colpo di calore.
Muore perché il caldo peggiora patologie cardiovascolari, respiratorie, renali, neurologiche e psichiatriche già esistenti. Il calore rappresenta spesso il fattore scatenante che porta un organismo fragile oltre il proprio limite fisiologico.
Per chi opera nel soccorso questo significa cambiare prospettiva.
Un paziente confuso potrebbe non essere semplicemente disorientato.
Un collega irritabile potrebbe essere vittima dello stress termico.
Un anziano che dorme poco da diversi giorni potrebbe trovarsi all’inizio di una situazione clinica destinata a peggiorare rapidamente.
La prevenzione non consiste soltanto nel bere acqua.
Significa riconoscere precocemente i sintomi, proteggere le persone fragili, garantire ambienti freschi, evitare attività fisiche nelle ore più calde e comprendere che il caldo è ormai un fattore di rischio sanitario al pari di molti altri eventi estremi.
Il cambiamento climatico non rappresenta più soltanto una questione ambientale.
È diventato un problema di salute pubblica, di organizzazione dei servizi di emergenza e di sicurezza delle comunità.
E la mente, proprio come il cuore, sta già pagando il prezzo di questa trasformazione.